sabato 7 agosto 2021

Mieloma multiplo e malattie ematiche: la Corte d’Appello di Firenze riconosce la malattia professionale per esposizione ad onde elettromagnetiche

Inail dovrà corrispondere gli arretrati d’indennizzo e la rendita ai superstiti agli eredi di tre ex dipendenti Enel deceduti per neoplasie emolinfopoietiche (un lavoratore di mieloma multiplo, gli altri due a causa di leucemia mieloide acuta). È quanto stabilito dalla sentenza n. 290 emessa lo scorso 11 maggio 2021 dalla Corte d’Appello presso il Tribunale di Firenze che ha stabilito, per i tre casi, un nesso causale fra esposizione ad onde elettromagnetiche sul luogo di lavoro e i tumori che hanno colpito i lavoratori. sentenza n. 290 emessa lo scorso 11 maggio 2021 dalla Corte d’Appello presso il Tribunale di Firenze La Corte d’Appello di Firenze infatti, nel cassare la sentenza di primo grado e accogliere le istanze dei familiari delle vittime, rileva le mancanze di tale CTU poiché: non considerava la questione decisiva che in uno dei lavoratori, l’unico sottoposto ad esame, era stata accertata la mutazione del gene JAK2. La mutazione è scientificamente correlata all’esposizione a campi elettromagnetici a bassa frequenza; trascurava i criteri cronologici, nosologici e casistici del caso in esame. Si trattava di tre lavoratori con patologie assimilabili in un gruppo di lavoro ristretto nel quale, per di più, erano insorte altre patologie possibilmente correlate alle esposizioni. Inoltre era assimilabile il tempo di latenza dell’insorgere della malattia rispetto agli eventi lesivi; citava studi specialistici aggiornati che avrebbero confermato il nesso causale, poi negandolo sulla base di un testo generalista di medicina del lavoro del 2006, certamente meno autorevole; citava studi a sostegno del diniego di nesso causale che presentavano un conflitto d’interesse. Gi studi erano infatti finanziati da soggetti interessati nella telefonia mobile e nel trasporto di energia elettrica. https://www.risarcimentomalattieprofessionali.it/mieloma-multiplo-malattie-ematiche-malattia-professionale/

lunedì 19 luglio 2021

Consiglio di Stato: la diffusione del segnale di connessione dati non deve far derogare a interessi, quali quelli ambientali, espressione dei principi fondamentali della Costituzione!

E' quanto viene riportato da una recentissima sentenza del Consiglio di Stato  




Consiglio di Stato Sez. VI n. 4462 del 10 giugno 2021

Elettrosmog.Limiti alla localizzazione di reti di TLC


In tema di limiti alla localizzazione di reti di TLC, il favor assicurato al principio di diffusione delle infrastrutture a rete della comunicazione elettronica, espresso anche dal CCE, pur comportando una compressione dei poteri urbanistici conformativi di regola spettanti ai Comuni, non consente di derogare alle discipline poste a tutela degli interessi differenziati, come quelli di tipo naturalistico e/o ambientale, essendo questi espressione dei principi fondamentali della Costituzione. Né ha gran senso predicare la prevalenza automatica del silenzio-assenso sui procedimenti, inderogabili, di salvaguardia paesaggistica o ambientale, poiché il silenzio significativo, per cui il rapporto si costituisce per il sol fatto del tempo trascorso, non si può mai formare, in via diretta o mediata, a causa dell’espresso divieto ex art. 20, co. 4 della l. 7 agosto 1990 n. 241, secondo cui «… le disposizioni del presente articolo (silenzio-assenso-NDE) non si applicano agli atti e procedimenti riguardanti… l'ambiente… (e) la tutela dal rischio idrogeologico…».



Pubblicato il 10/06/2021


N. 04462/2021REG.PROV.COLL.


N. 09803/2020 REG.RIC.


REPUBBLICA ITALIANA


IN NOME DEL POPOLO ITALIANO


Il Consiglio di Stato


in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)


ha pronunciato la presente


SENTENZA


sul ricorso NRG 9803/2020, proposto dal Comune di Acri (CS), in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall'avv. Graziella Arena, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia,


contro


la Infrastrutture Wireless Italiane-INWIT s.p.a., corrente in Milano, in persona del rappresentante legale pro tempore, rappresentata e difesa dall'avv. Edoardo Giardino, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto in Roma, via Adelaide Ristori n. 42 e


nei confronti


della Regione Calabria, della Provincia di Cosenza e del Comitato "Settarie No Inquinamento", in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, nonché dei sigg. Elena Montalto, Maria Cristina Chimento, Antonio Milordo, Immacolata D'Orazio e Daniela Molinaro, non costituiti nel presente giudizio,


per la riforma


della sentenza breve del TAR Calabria, sez. II, n. 1504/2020, resa tra le parti e concernente l’atto di decadenza della INWIT s.p.a. dalla autorizzazione alla realizzazione di opere edili per la costruzione di un impianto stazione radio base (SRB) per telecomunicazioni;


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;


Visto l'atto di costituzione in giudizio della INWIT s.p.a.,


Visti tutti gli atti della causa;


Relatore all'udienza pubblica del 27 maggio 2021 il Cons. Silvestro Maria Russo;


Dato atto che l’udienza si svolge ai sensi dell’art. 4, comma 1, del decreto legge 30 aprile 2020, n. 28, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 2020, n. 70, e dell’art. 25 del decreto legge 28 ottobre 2020, n. 137, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 dicembre 2020, n. 176, attraverso videoconferenza con l’utilizzo di piattaforma “Microsoft Teams” come previsto dalla circolare del Segretario Generale della Giustizia Amministrativa 13 marzo 2020, n. 6305;


Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue:



FATTO e DIRITTO


1. – La Infrastrutture Wireless Italiane-INWIT s.p.a., corrente in Milano, fa presente d’essere un’impresa che realizza l’installazione e l’esercizio di impianti per l’espletamento, la gestione e la commercializzazione dei servizi di comunicazione elettronica.


Al riguardo, detta Società rende noto d’aver proposto al Comune di Acri (CS), in data 14 giugno 2018, un’istanza per il rilascio dell’autorizzazione ex art. 87 del D.lgs. 1° agosto 2003 n. 259-CCE, al fine di realizzare una SRB, in c.da Settarie, nell’area distinta in CT fg. 77, part. 503 e soggetta a vincolo idrogeologico, ove ospitare il gestore TIM s.p.a. relativamente a servizi UMTS (3G) e LTE (4G) in banda larga. Il progetto d’intervento ha ottenuto: 1) il parere urbanistico del Comune di Acri in data 8 febbraio 2019; 2) l’autorizzazione sismica della Regione Calabria del 13 febbraio 2019; 3) il parere favorevole dell’ARPA Calabria del 3 agosto 2018; 4) il parere idrogeologico favorevole della Regione Calabria, in data 7 maggio 2019.


Il successivo 14 febbraio 2020, ritenuto già formato il titolo autorizzativo per silenzio-assenso ex art. 87, co. 9, primo periodo, CCE, la INWIT s.p.a. ha dichiarato al Comune l’inizio dei lavori per l’impianto SRB in questione.


Senonché il Comune, con nota prot. n. 4425 del 9 marzo 2020 e su segnalazione di taluni cittadini che avevano formulato eccezioni sulla legittimità dell’intervento, ha sospeso in via cautelativa detti lavori. Tal provvedimento, a sua volta sospeso dal TAR Calabria, è stato annullato con la sentenza n. 1069 del 17 giugno 2020, quantunque già il precedente giorno 3 lo stesso Comune ha avvisato detta Società dell’avvio del procedimento per la decadenza del titolo autorizzativo. Tanto, a suo dire, per l’avvenuta violazione dell’art. 87, co. 10, CCE, non avendo la Società realizzato le opere assentite nel termine perentorio di dodici mesi dalla formazione del silenzio-assenso. Con la nota prot. n. 10022 del successivo 25 giugno, il Comune ha diffidato la Società stessa dal non intraprendere i lavori per l’impianto SRB fino alla definizione di tal procedimento.


2. – Nonostante le osservazioni della Società, con nota prot. n. 11472 del 18 luglio 2020, il Comune ha disposto la decadenza del titolo autorizzativo per l’esecuzione delle opere per l’impianto SRB, ritenendo verificata la violazione dell’art. 87, co. 10, CCE per l’inutile decorso del citato termine.


Avverso tal statuizione e gli atti presupposti, la INWIT s.p.a. è nuovamente insorta avanti al TAR Calabria, col ricorso NRG 1034/2020, deducendo in diritto: 1) – l’irragionevolezza della disposta decadenza, per non aver il Comune considerato l’impianto soggetto a vincolo idrogeologico, per cui, fino all’emanazione del relativo parere favorevole, sarebbe stata preclusa la formazione del silenzio-assenso ai sensi dell’art. 87, co. 9, primo periodo, CCE (la mancanza del parere valendo, ai sensi del precedente co. 8 come motivato diniego) e dell’art. 20, co. 8, del DPR 6 giugno 2001 n. 380 (parere rilasciato solo il 7 maggio 2019 ed inoltrato d’ufficio al Comune affinché completasse il procedimento di sua competenza), onde il silenzio-assenso s’è formato solo il 5 agosto 2019 (senza voler considerare la proroga prevista dalle norme emergenziali COVID-19); 2) – l’illegittimo impedimento comunale all’esercizio del servizio universale e dei servizi di pubblica utilità nelle comunicazioni elettroniche da parte di TIM s.p.a., avendo il Comune frainteso e mal interpretato le norme dell’art. 87 e ss. del D.lgs. 259/2003.


L’adito TAR, con sentenza breve n. 1504 del 30 settembre 2020, ha accolto la pretesa così azionata, in quanto: A) – ove l’area d’intervento sia sottoposta a vincolo idrogeologico, il parere dell’autorità preposta alla tutela del vincolo si configura, ai sensi dell’art. 87, co. 8 CCE come presupposto di validità dell’autorizzazione relativa alle infrastrutture di comunicazione elettronica per gli impianti radioelettrici ed è necessaria anche ai fini della decorrenza del termine di cui al co. 9 ai fini della formazione del silenzio assenso; B) – nella specie, il n.o. idrogeologico è stato rilasciato il 7 maggio 2019, onde il silenzio assenso è maturato il successivo 5 agosto e di conseguenza il titolo abilitativo era destinato a scadere il 5 agosto 2020 e, perciò, alla data d’emanazione del provvedimento gravato (18 luglio 2020), non era ancora trascorso il termine di decadenza ex art. 87, co. 10, CCE.


Appella quindi il Comune di Acri, col ricorso in epigrafe, deducendo, l’erroneità dell’impugnata sentenza per non aver colto che: 1) – come per il parere dell’ARPA, anche quello sul vincolo idrogeologico condiziona non il rilascio, espresso o tacito, del titolo edilizio all’installazione dell’ impianto SRB, bensì l’attivazione di esso, il silenzio-assenso servendo alla semplificazione ed all’accelerazione dell’iter procedimentale; 2) – solo gli interessi di tutela della salute soggiacciono ad una valutazione specifica ed espressa, come le questioni edilizie connesse all’impianto SRB; 3) - la decadenza s’era già formata prima dell’entrata in vigore delle norme emergenziali COVID19.


Resiste in giudizio la Società appellata, concludendo per il rigetto dell’appello.


3. – La questione all’esame del Collegio s’incentra essenzialmente sul computo del termine per la formazione del silenzio-assenso per l’autorizzazione alla costruzione delle SRB, di cui all’art. 87, co. 9, del D.lgs. 259/2003, da cui scatta il termine annuale di decadenza di cui al successivo co. 10.


Da una precisazione in punto di fatto il Collegio non può esimersi: l’oggetto del contendere è solo se, nel calcolo di detto termine, vada o no inserito (o, meglio, “sterilizzato”) il segmento temporale occorrente affinché le Autorità preposte alla tutela degli eventuali vincoli ricadenti nell’area d’impianto esercitino le loro funzioni di controllo sul progetto e ne esprimano il giudizio di compatibilità, tra l’altro anche in base alla classificazione dell’area stessa e della correlata maggior o minore intensità dell’inedificabilità di essa. Tuttavia, la memoria conclusiva depositata dal Comune appellante il 21 aprile u.s. riguarda il momento in cui il soggetto attuatore dell’intervento debba munirsi del parere dell’ARPA in tema di radioprotezione, momento che, per ferma giurisprudenza (cfr., per tutti, Cons. St., VI, 24 settembre 2010 n. 7128; id., 12 gennaio 2011 n. 98; id., III, 9 agosto 2017 n. 3970; id., VI, 20 agosto 2019 n. 5756), è quello non dell’istanza d’autorizzazione, bensì della concreta attivazione dell’impianto. Sicché tal precisazione in memoria, oltreché ovvia, è superflua, in quanto qui si controverte d’un nulla-osta dirimente per l’inizio dei lavori e da acquisire fuori dal procedimento autorizzativo, di regola da svolgere in conferenza di servizi (a causa della molteplicità degli interessi pubblici coinvolti), ma che il Comune non ha attivato.


Si tratta, cioè, del parere necessario e vincolante dell’Autorità preposta alla vigilanza del vincolo sul rischio idrogeologico, il quale è regolato dagli appositi piani per l’assetto idrogeologico all’interno dei piani di bacino di cui all’art. 66 del D.lgs. 3 aprile 2006 n. 152 o dai piani-stralcio di sicurezza idrogeologica, indicati nel successivo art. 67 e approvati dalle competenti Autorità di bacino. Questi ultimi sono emanati nelle more dell'approvazione dei piani di bacino, con la finalità d’individuare, tra l'altro, le aree a rischio idrogeologico, la perimetrazione delle aree da sottoporre a misure di salvaguardia e la determinazione delle misure medesime. Tali misure, essendo assimilate a quelle dei Piani di bacino ai sensi degli art. 65, co. 4, e 67, co. 1, del D.lgs. 152/2006, hanno carattere immediatamente vincolante per Amministrazioni, enti e soggetti privati (ove il Piano così le indichi) e prevalgono pure sugli strumenti urbanistico-edilizi eventualmente già adottati (cfr. Cass. pen., III, 16 giugno 2016 n. 55003; Cons. St., IV, 7 agosto 2020 n. 4974). Sicché senza l’espresso rilascio del n.o. idrogeologico (rilasciato alla Società appellata dalla Regione Calabria con la nota n. 175830 del 7 maggio 2018), commisurato sia alla natura dell’intervento che all’intensità del vincolo gravante sulla relativa area d’impianto, nessuna trasformazione del territorio è lecita e non può esser eseguita e certo non in via di fatto.


Tal vicenda risponde al fermo principio (cfr., di recente, Cons. St., VI, 2 dicembre 2019 n. 8242), in virtù del quale, in tema di limiti alla localizzazione di reti di TLC, il favor assicurato al principio di diffusione delle infrastrutture a rete della comunicazione elettronica, espresso anche dal CCE, pur comportando una compressione dei poteri urbanistici conformativi di regola spettanti ai Comuni, non consente di derogare alle discipline poste a tutela degli interessi differenziati, come quelli di tipo naturalistico e/o ambientale, essendo questi espressione dei principi fondamentali della Costituzione. Né ha gran senso predicare, come vorrebbe il Comune appellante, la prevalenza automatica del silenzio-assenso sui procedimenti, inderogabili, di salvaguardia paesaggistica o ambientale, poiché il silenzio significativo, per cui il rapporto si costituisce per il sol fatto del tempo trascorso, non si può mai formare, in via diretta o mediata, a causa dell’espresso divieto ex art. 20, co. 4 della l. 7 agosto 1990 n. 241, secondo cui «… le disposizioni del presente articolo (silenzio-assenso-NDE) non si applicano agli atti e procedimenti riguardanti… l'ambiente… (e) la tutela dal rischio idrogeologico…».


4. – Il Collegio non reputa di mutar avviso, sol perché l’appellante v’opponga il concetto secondo il quale l’autorizzazione unica ex art. 87, co. 7, CCE riunisce tutti i titoli abilitativi concernenti l’impianto di TLC da realizzare.


Ciò è in sé vero, ma non dirimente, poiché presuppone, da un lato, l’attivazione del procedimento in conferenza di servizi da parte del responsabile unico e non, com’è stato, l’inerzia che ha poi dato luogo al silenzio-assenso. Dall’altro lato, com’è in tutti i procedimenti di autorizzazione unica, la conferenza di servizi non elide il mantenimento delle competenze delle Amministrazioni titolari di interessi sensibili, le quali, in sede conferenziale, devono esser messe in condizione di esprimere compiutamente il proprio avviso sul progetto, se del caso con prescrizioni. Anzi, poiché il parere di compatibilità idrogeologica condiziona la scelta stessa del sito d’impianto, l’acquisizione di esso si appalesa prioritario, tant’è che, a seconda del relativo contenuto, può determinare l’immediata conclusione della conferenza, in relazione al livello d’edificabilità, o meno, dell’area.


In caso d’inerzia della P.A. procedente (nella specie, il Comune di Acri), si riespande autonomo e pieno il potere dell’Autorità di bacino o della Regione sul progetto dell’impianto SRB, onde esso non è realizzabile prima del parere di dette Autorità. Ciò riguarda l’assetto del territorio e gli aspetti della sicurezza idrogeologica, non già la tutela della salute, alla cui salvaguardia sono preposte altre e distinte Amministrazioni.


5. – Ricapitolando, quindi e ferma la necessità del parere espresso dell’Autorità preposta al vincolo (nel caso in esame, la Regione Calabria), deve il Collegio concordare con la corretta scansione degli eventi descritta dal TAR, che sul punto ben ha motivato. Invero, nella specie, il n.o. idrogeologico è stato reso il 7 maggio 2019, onde il silenzio-assenso è maturato il successivo 5 agosto e, quindi, il titolo abilitativo era destinato a scadere il 5 agosto 2020. Pertanto, alla data d’emanazione dell’atto comunale impugnato (18 luglio 2020), non era ancora trascorso il termine di decadenza ex art. 87, co. 10, CCE ed il Comune è così incorso in un errore sia in fatto, che in diritto.


Pertanto, l’appello va respinto, mentre le spese del giudizio seguono, come di regola, la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.


P.Q.M.


Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (sez. VI), definitivamente pronunciando sull'appello (ricorso NRG 9803/2020 in epigrafe), lo respinge.


Condanna il Comune appellante al pagamento, a favore della Società resistente e costituita, delle spese del giudizio, che sono nel complesso liquidate in € 3.500,00 (Euro tremilacinquecento), oltre IVA, CPA ed accessori come per legge.


Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità amministrativa.


Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 27 maggio 2021, con l'intervento dei magistrati:


Carmine Volpe, Presidente


Silvestro Maria Russo, Consigliere, Estensore


Dario Simeoli, Consigliere


Stefano Toschei, Consigliere


Davide Ponte, Consigliere




domenica 30 maggio 2021

Finalità della legge quadro

 Consiglio di Stato Sez. VI n. 3450 del 30 aprile 2021

 




La legge quadro n. 36 del 2001 detta una disciplina volta a realizzare un equilibrio tra esigenze plurime, attinenti alla protezione ambientale, alla tutela della salute, al governo del territorio e alla diffusione sull’intero territorio nazionale della rete per le telecomunicazioni, in ragione del nesso di strumentalità tra impianti di ripetizione e diritti costituzionali di comunicazione. 

A tal fine, il legislatore statale ha sì circoscritto la potestà pianificatoria dei Comuni, imponendo loro di dovere dettare (in positivo) “criteri di localizzazione” e non (in negativo) “limitazioni ostative alla localizzazione”; cionondimeno, non ha inteso di certo conculcare l’autonoma capacità delle Regioni e degli enti locali di regolare l’uso del proprio territorio, tenendo conto della loro specifica morfologia e degli altri interessi indifferenziati ivi insistenti.

Pubblicato il 30/04/2021


https://lexambiente.it/materie/elettrosmog/55-consiglio-di-stato55/15632-emettrosmog-finalit%C3%A0-della-legge-quadro.html



martedì 20 aprile 2021

Installazione di nuove antenne: ecco come proteggersi




dalla associazione AMICA arriva il contributo del Dr Giuseppe Teodoro che ha predisposto un fac simila di PEC o Raccomandata da inviare una DIFFIDA al Comune in merito alla installazione di un antenna di 5G (o altra tecnologia).


link


https://www.infoamica.it/proteggersi/?fbclid=IwAR25Cp43lQWgwLoC5stkVpNRfvnoNFcFU83zI2J7rc8dawlqb8c1DTkY3D0



domenica 11 aprile 2021

TAR del Friuli VG contro il Comune di Udine per il 5G

 



E’ vero che al regolamento comunale è affidata, dall’art. 16 della L.R. 18/3/2011 n. 3, la programmazione delle stazioni radio base installabili sul territorio comunale, con una disciplina che, anche graficamente, indica l’ubicazione dei nuovi impianti. Il regolamento è aggiornato quando sia necessario individuare una diversa localizzazione degli impianti (10° comma) ed, allo scopo, il seguente art. 17 impone agli operatori di evidenziare, nei loro programmi di sviluppo “l’individuazione degli impianti esistenti” “le previsioni di aree per le nuove localizzazioni” nonché “le proposte di modifica di quelli esistenti”.

Il Regolamento subordina l'installazione e la modifica degli impianti di telefonia mobile alla presentazione di una SCIA corredata del parere favorevole dell'ARPA sul rispetto dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità di cui alla L. n. 36/2001 con riferimento alle emissioni elettromagnetiche (articolo 7); e reca l’indirizzo ad utilizzare la migliore tecnologia disponibile e praticabile al momento dell'intervento per ridurre al livello più basso possibile i campi elettromagnetici (articolo 9).


Invece, non spetta al regolamento comunale disciplinare le tecnologie applicate dai gestori né le frequenze di cui essi sono assegnatari al livello nazionale. Il regolamento conferma che gli unici limiti da rispettare sono quelli determinati ai sensi della L. n. 36/2001 e che la relativa verifica spetta esclusivamente all'ARPA.

Né potrebbe essere diversamente spettando allo Stato, ai sensi dell'articolo 3 L. n. 36/2001, la determinazione dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità, e non potendo il Comune, in nessun caso, introdurre limiti che vadano a sovrapporsi o a condizionare l’attuazione del piano nazionale di ripartizione delle frequenze e la transizione al 5G mediante l’assegnazione dei diritti d’uso delle relative frequenze (per tacere dell’attuazione delle politiche europee di sviluppo del 5G

Gli Enti locali non sono titolari di alcuna potestà normativa in ordine alla determinazione di criteri, maggiormente limitativi o rigidi, di valutazione della soglia di inquinamento elettromagnetico o alla introduzione di divieti generali o di misure generali interdittive a contenuto radioprotezionistico (cfr. la sentenza di questo Tribunale 19/01/2017, n. 24).

Di tutto ciò si ha ulteriore conferma dalla recente modifica (dettata dall' art. 38, comma 6, D.L. 16 luglio 2020, n. 76, convertito, con modificazioni, dalla L. 11 settembre 2020, n. 120) del comma 6 dell’art. 8 della legge 36/2001, il quale ora prevede che “I comuni possono adottare un regolamento per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti e minimizzare l'esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici con riferimento a siti sensibili individuati in modo specifico, con esclusione della possibilità di introdurre limitazioni alla localizzazione in aree generalizzate del territorio di stazioni radio base per reti di comunicazioni elettroniche di qualsiasi tipologia e, in ogni caso, di incidere, anche in via indiretta o mediante provvedimenti contingibili e urgenti, sui limiti di esposizione a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici, sui valori di attenzione e sugli obiettivi di qualità, riservati allo Stato ai sensi dell'articolo 4”.

TAR Friuli V.G. Sez. I n. 63 del 25 febbraio 2021
Elettrosmog.5G limiti di esposizione valori di atenzione ed obiettivi di qualità    

Spetta allo Stato, ai sensi dell'articolo 3 L. n. 36/2001, la determinazione dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità, e non potendo il Comune, in nessun caso, introdurre limiti che vadano a sovrapporsi o a condizionare l’attuazione del piano nazionale di ripartizione delle frequenze e la transizione al 5G mediante l’assegnazione dei diritti d’uso delle relative frequenze (per tacere dell’attuazione delle politiche europee di sviluppo del 5G). Gli Enti locali non sono titolari di alcuna potestà normativa in ordine alla determinazione di criteri, maggiormente limitativi o rigidi, di valutazione della soglia di inquinamento elettromagnetico o alla introduzione di divieti generali o di misure generali interdittive a contenuto radioprotezionistico


Pubblicato il 25/02/2021

N. 00063/2021 REG.PROV.COLL.

N. 00347/2020 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Friuli Venezia Giulia

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

ex art. 60 cod. proc. amm.;
sul ricorso numero di registro generale 347 del 2020, integrato da motivi aggiunti, proposto da
Wind Tre S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall'avvocato Giuseppe Sartorio, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;

contro

Comune di Udine, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Riccarda Faggiani, Giangiacomo Martinuzzi e Giuseppe Sbisa', con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;

per l'annullamento, previa sospensione dell’esecuzione,

- quanto al ricorso introduttivo:

della nota PG/E 0102209/2020 del 23.92020 del Responsabile dell'Area Pianificazione Urbanistica, Edilizia Privata e LL.PP. con la quale, in relazione alla SCIA presentata da Wind Tre ai sensi del D.LGS. n. 259/03 per l'adeguamento tecnologico del preesistente impianto per la telefonia mobile (cod. sito UD120 “Via Redipuglia”), è stato ingiunto di non proseguire i lavori;

di ogni altro atto presupposto, connesso e/o consequenziale, ivi incluso, ove occorrer possa, del Regolamento comunale per la telefonia mobile approvato con Delibera consiliare n. 74 del 4 novembre 2013;

- quanto ai motivi aggiunti:

della delibera di Consiglio Comunale n. 79 del 14.12.2020, nella parte in cui vieta la tecnologia 5G, e ogni altro atto ad essa presupposto, connesso e/o conseguenziale.


Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Udine;

Visto l’art. 25 del D.L. 28.10.2020, n. 137, convertito in L. 18.12.2020, n. 176;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore - nella camera di consiglio del giorno 24 febbraio 2021, svolta in videoconferenza con collegamenti da remoto - il dott. Lorenzo Stevanato e uditi per le parti i difensori, anch’essi collegati in videoconferenza;


Considerato quanto segue.

Il giudizio può essere definito con sentenza in forma semplificata, emessa ai sensi dell'art. 60 cod. proc. amm., stante l'integrità del contraddittorio e la completezza dell’istruttoria, nonché la mancata enunciazione di cause oppositive ai sensi dello stesso art. 60 c.p.a.

Con il ricorso all’esame viene impugnato il provvedimento comunale con cui è stata inibita alla ricorrente società Wind Tre, concessionaria del servizio pubblico di telefonia cellulare, la realizzazione di un intervento di adeguamento tecnologico 5G di un impianto preesistente, per il quale aveva acquisito il parere radioprotezionistico favorevole dell’ARPA. La motivazione del provvedimento comunale, recante l’arresto procedimentale della SCIA presentata dalla ricorrente, poggia sul rilievo che la nuova tecnologia 5G non è contemplata dal regolamento comunale per la telefonia mobile, approvato con delibera consiliare 4.11.2013, n. 74.

A sostegno del ricorso si deducono più censure di violazione di legge, in particolare della legge n. 241/1990 (art. 10bis) del d.lgs. n. 259/2003 (art. 87bis), del D.L. 18/2020 (art. 82, comma 2), nonché eccesso di potere, nell’assunto che l’Amministrazione comunale non può opporsi all’introduzione di nuove tecnologie di comunicazione elettronica invocando il fatto che esse non sono previste dal regolamento comunale.

Con motivi aggiunti, successivamente proposti, la ricorrente ha impugnato la delibera del Consiglio Comunale n. 79 del 14.12.2020, nella parte in cui, pur se riferita al piano di sviluppo degli impianti della concorrente società Iliad, reca il divieto generalizzato di utilizzare la tecnologia 5G. A tale clausola della deliberazione la ricorrente estende le censure svolte con il ricorso introduttivo.

L’Amministrazione comunale, costituitasi in giudizio, ha eccepito che il ricorso sarebbe inammissibile per acquiescenza, in quanto la ricorrente non aveva espresso alcuna riserva allorquando ha presentato in data 8.3.2020 l’aggiornamento del piano di sviluppo, che non indicava espressamente la controversa nuova tecnologia.

Nel merito ha controdedotto alle censure avversarie.

Il Collegio, relativamente all’anzidetta eccezione di inammissibilità del ricorso, la reputa non fondata in quanto, affinché vi sia acquiescenza, è necessario che sia stata manifestata una chiara ed incondizionata volontà di accettare gli effetti di un provvedimento, mentre nella specie, anzitutto, nessun provvedimento o atto regolamentare reca il divieto della tecnologia 5G e, comunque, la ricorrente aveva indicato nell’aggiornamento del piano di sviluppo della rete la “riconfigurazione” degli impianti anche “per l’inserimento di nuove tecnologie”.

Nel merito, il ricorso ed i motivi aggiunti sono fondati.

Secondo l’Amministrazione, se il regolamento comunale non prevede la nuova tecnologia 5G, questa non può essere applicata agli impianti esistenti (attraverso la loro riconfigurazione) a prescindere dal contributo all’inquinamento elettromagnetico che la nuova tecnologia possa recare (che nel caso è escluso dal parere dell’ARPA).

Il che vale a dire che la disciplina recata dal regolamento comunale della telefonia mobile esaurisce ed assorbe tutti gli aspetti, non solo localizzativi o di contenimento delle emissioni, ma anche quelli relativi alle nuove tecnologie ed alle bande di frequenze assegnate in uso ai gestori al livello nazionale.

In realtà non è così.

E’ vero che al regolamento comunale è affidata, dall’art. 16 della L.R. 18/3/2011 n. 3, la programmazione delle stazioni radio base installabili sul territorio comunale, con una disciplina che, anche graficamente, indica l’ubicazione dei nuovi impianti. Il regolamento è aggiornato quando sia necessario individuare una diversa localizzazione degli impianti (10° comma) ed, allo scopo, il seguente art. 17 impone agli operatori di evidenziare, nei loro programmi di sviluppo “l’individuazione degli impianti esistenti” “le previsioni di aree per le nuove localizzazioni” nonché “le proposte di modifica di quelli esistenti”.

Il Regolamento subordina l'installazione e la modifica degli impianti di telefonia mobile alla presentazione di una SCIA corredata del parere favorevole dell'ARPA sul rispetto dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità di cui alla L. n. 36/2001 con riferimento alle emissioni elettromagnetiche (articolo 7); e reca l’indirizzo ad utilizzare la migliore tecnologia disponibile e praticabile al momento dell'intervento per ridurre al livello più basso possibile i campi elettromagnetici (articolo 9).

Invece, non spetta al regolamento comunale disciplinare le tecnologie applicate dai gestori né le frequenze di cui essi sono assegnatari al livello nazionale. Il regolamento conferma che gli unici limiti da rispettare sono quelli determinati ai sensi della L. n. 36/2001 e che la relativa verifica spetta esclusivamente all'ARPA.

Né potrebbe essere diversamente spettando allo Stato, ai sensi dell'articolo 3 L. n. 36/2001, la determinazione dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità, e non potendo il Comune, in nessun caso, introdurre limiti che vadano a sovrapporsi o a condizionare l’attuazione del piano nazionale di ripartizione delle frequenze e la transizione al 5G mediante l’assegnazione dei diritti d’uso delle relative frequenze (per tacere dell’attuazione delle politiche europee di sviluppo del 5G).

Gli Enti locali non sono titolari di alcuna potestà normativa in ordine alla determinazione di criteri, maggiormente limitativi o rigidi, di valutazione della soglia di inquinamento elettromagnetico o alla introduzione di divieti generali o di misure generali interdittive a contenuto radioprotezionistico (cfr. la sentenza di questo Tribunale 19/01/2017, n. 24).

Di tutto ciò si ha ulteriore conferma dalla recente modifica (dettata dall' art. 38, comma 6, D.L. 16 luglio 2020, n. 76, convertito, con modificazioni, dalla L. 11 settembre 2020, n. 120) del comma 6 dell’art. 8 della legge 36/2001, il quale ora prevede che “I comuni possono adottare un regolamento per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti e minimizzare l'esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici con riferimento a siti sensibili individuati in modo specifico, con esclusione della possibilità di introdurre limitazioni alla localizzazione in aree generalizzate del territorio di stazioni radio base per reti di comunicazioni elettroniche di qualsiasi tipologia e, in ogni caso, di incidere, anche in via indiretta o mediante provvedimenti contingibili e urgenti, sui limiti di esposizione a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici, sui valori di attenzione e sugli obiettivi di qualità, riservati allo Stato ai sensi dell'articolo 4”.

Per le considerazioni che precedono, il ricorso ed i motivi aggiunti vanno accolti.

Le spese del giudizio possono essere compensate attesa la novità della questione.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Friuli Venezia Giulia (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato, indicato in epigrafe, nonché la delibera del Consiglio Comunale n. 79 del 14.12.2020, nella parte in cui reca il divieto di impiego della tecnologia 5G.

Spese del giudizio compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Trieste nella camera di consiglio del giorno 24 febbraio 2021 con l'intervento dei magistrati:

Oria Settesoldi, Presidente

Manuela Sinigoi, Consigliere

Lorenzo Stevanato, Consigliere, Estensore

Consiglio di Stato contro emittente Radio per la attuazione del principio di Precauzione

 

...


dover dare piena e concreta attuazione al principio di precauzione di cui all'art. 191 TFUE (ex art. 174 del TCE) che con rifermento alla materia dell'ambiente, mentre al comma 1 

...



Cass. civ. Sez. II n. 6897 del 11 marzo 2021 (ud. 26 gen 2021)
Pres. Gorjan Est. Criscuolo Ric. Comune Romano S'Ezzelino
Elettrosmog.Livelli di emissione

L'esigenza di adottare le soluzioni ispirate al principio di precauzione legittima l'interpretazione secondo cui ai fini dell'applicazione dei più rigorosi livelli di emissione non sia necessario il riscontro di un'effettiva ed attuale utilizzazione da parte delle persone degli edifici rispetto ai quali deve essere misurato il livello di emissioni, ma che sia sufficiente la sola potenziale destinazione del bene, a prescindere dalla sua poi concreta utilizzazione in conformità della destinazione (segnalazione Ing. M. Federici)


RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

1. A seguito di accertamenti effettuati nel territorio del Comune di Romano D'Ezzelino tra la primavera e l'estate 2007, l'Arpav - sezione di Vicenza rilevava che i valori di cautela per le emissioni elettromagnetiche stabiliti dal D.M. Ambiente d'intesa con il Ministero della Sanità del 10 settembre 1998, n. 381, come recepiti dalla Regione Veneto con provvedimento n. 5285/98, erano superati dalla stazione radio operante sulla frequenza (OMISSIS) Mhz, appartenente alla Nuova Radio S.p.A., in località (OMISSIS), nei pressi dell'ex trattoria (OMISSIS).

Dopo aver avvertito la società della violazione, assegnando alla stessa 180 giorni per rientrare nei limiti e nei valori di cautela, riscontrato il mancato adeguamento ai parametri di cautela e la non ottemperanza all'ordine di riduzione a conformità, l'Arpav il 2.08.2006 notificava alla società radio emittente il verbale di accertamento/contestazione dell'illecito amministrativo n. prot. (OMISSIS), informandone anche il Comune di Romano D'Ezzelino per gli opportuni adempimenti.

Esaurita la fase procedimentale con la società emittente, il Comune di Romano D'Ezzelino emetteva ordinanza ingiunzione n. 36 del 13.09.2007, con la quale ingiungeva a Nuova Radio S.p.A., in qualità di proprietaria di Radio 24, operante sulla frequenza (OMISSIS) Mhz, il pagamento della somma pari ad Euro 25.822,84, oltre spese di procedimento e notifica.

L'ingiunzione era irrogata per la violazione del D.L. n. 5 del 2001, art. 2, comma 2 convertito nella L. n. 66 del 2001, in relazione all'inottemperanza dell'ordine di riduzione a conformità delle emissioni elettromagnetiche generate dall'emittente come da provvedimento della Regione Veneto del 05.10.2001 n. 14703/50.02 adottato a seguito degli accertamenti Arpav del 04.04.2001 e del 31.07.01 nonchè successiva relazione tecnica d.d. 28.09.2001.

Nuova Radio S.p.A. con ricorso L. n. 689 del 1981, ex art. 22 proponeva opposizione avverso l'ordinanza di ingiunzione. L'emittente radio deduceva: a) violazione del principio di legalità L. n. 689 del 1981, ex art. 1; b) violazione della L. n. 36 del 2001, art. 8; c) mancata immediata contestazione della violazione; d) nullità per violazione della L. n. 689 del 1981, art. 18; e) carenza istruttoria e conseguente violazione della L. n. 689 del 1981, artt. 13 e 15; f) violazione della L. n. 689 del 1981, artt. 13 e 15; g) prescrizione dell'illecito L. n. 689 del 1981, ex art. 28 e concludeva chiedendo previa sospensione dell'esecuzione dell'ordinanza-ingiunzione, la dichiarazione di nullità della stessa.

Il Comune di Romano D'Ezzelino si costituiva nel giudizio di primo grado, resistendo all'opposizione e chiedendone il rigetto. Il Comune chiedeva inoltre preliminarmente di essere autorizzato a chiamare in causa l'Arpav, sostenendo che l'opposta ordinanza fosse direttamente dipendente dagli accertamenti svolti dall'ente regionale.

Dopo il rigetto dell'istanza di chiamata in causa del terzo, il Tribunale di Bassano del Grappa, in qualità di giudice istruttore, ammetteva l'interrogatorio formale del sindaco del Comune di Romano D'Ezzelino e la prova per testi articolata da ambedue le parti.

Quindi, Il Tribunale pronunciava la sentenza n. 527/10 depositata in data 20.10.2010, con la quale respingeva l'opposizione confermando integralmente l'ordinanza d'ingiunzione, condannando l'opponente alle spese di lite ivi liquidate.

Nuova Radio S.p.A., con appello ritualmente notificato, proponeva impugnazione avverso la citata sentenza di primo grado e richiedeva, in riforma della sentenza medesima, l'annullamento dell'ordinanza di ingiunzione del Responsabile del settore IV Urbanistica e gestione del territorio del Comune di Romano D'Ezzelino del 13.09.2007, con vittoria di spese, diritti ed onorari di entrambi i gradi di giudizio. L'appellante deduceva che la sentenza impugnata fosse priva di motivazione sia relativamente all'an che al quantum e reiterava le doglianze già formulate con l'opposizione sulle quali, a suo dire, il Giudice di primo grado non si sarebbe pronunciato. In particolare, l'appellante lamentava "carenza di istruttoria e conseguente violazione della L. n. 689 del 1981, artt. 13 e 15" in relazione all'applicazione del valore di attenzione 6 V/m stabilito per edifici adibiti a permanenza umana non inferiore a quattro ore in luogo del più ampio limite di 20 V/m, non superato dall'emittente (punto n. IV dell'atto di appello).

Il Comune di Romano D'Ezzelino si costituiva nel giudizio di appello contestando i motivi dell'impugnazione ed insistendo per il rigetto dell'appello, chiedeva la conferma della sentenza impugnata e vittoria di spese, diritti e onorari del grado. Con particolare riguardo alla censura n. IV dell'appellante, il Comune richiamava la motivazione della sentenza n. 527/2010 del Giudice di prime cure nella parte in cui affermava che "Nel caso di specie, invero, all'atto dell'esecuzione della prova fisica ad opera dell'Arpav, le misurazioni hanno preso correttamente a riferimento il parametro di 6 V/m all'interno dell'abitazione soprastante la trattoria (OMISSIS) in località (OMISSIS) in quanto tratta vasi di edificio a destinazione d'uso residenziale, destinato ad accogliere persone per non meno di quattro ore al giorno, indipendentemente dall'attualità di tale utilizzo. In ogni caso, il Sindaco del Comune di Romano D'Ezzelino, sentita all'udienza del 24.02.2009 ha confermato che sino al giugno 2004, quindi ben oltre il periodo degli accertamenti Arpav che hanno portato all'emissione dell'ordine di riduzione delle emissioni, la trattoria era abitata e da allora si notano ancora macchine parcheggiate nell'area adibita a parcheggio. La permanenza di tale destinazione risulta, inoltre, avvalorata dalla presenza attorno all'edificio in questione di una recinzione con sbarra di legno, segno evidente che la località non è stata abbandonata".

La Corte d'Appello di Venezia, sezione I civile, con sentenza n. 477/2017, depositata in data 01.03.2017, accoglieva l'appello avverso la sentenza n. 527/2010 del Tribunale di Bassano del Grappa, e per l'effetto annullava l'ordinanza opposta e condannava l'appellata alle spese di lite di entrambi i gradi. Secondo la Corte territoriale doveva ritenersi assorbente e dirimente il motivo di appello inerente l'asserita mancanza di prova "circa l'elemento fattuale presupposto per la corretta applicazione della norma di cui al D.M. n. 381 del 1998 come modificato dal D.P.C.M. 8 luglio 2003", e cioè l'assenza di prova circa l'effettiva permanenza, per più di quattro ore al giorno, di persone nel luogo oggetto delle misurazioni di cui all'ordinanza-ingiunzione impugnata. Il Giudice d'appello riteneva, dunque, che il precetto normativo che impone il valore di 6 V/m per gli edifici adibiti a permanenza di almeno quattro ore debba essere interpretato come un valore da applicarsi esclusivamente a luoghi in cui vi sia prova della effettiva permanenza di persone per almeno quattro ore.

2. Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso il Comune di Romano D'Ezzelino sulla base di due motivi.

Il Sole 24 ORE S.p.A., già Nuova Radio S.p.A., ha resistito con controricorso.

Entrambe le parti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c.

3. Con il primo motivo di ricorso si denuncia la violazione o falsa applicazione del D.M. dell'Ambiente d'intesa con il ministero della sanità 10 settembre 1998, n. 381, del D.P.C.M. 8 luglio 2003, dell'art. 174, paragrafo 2 del Trattato UE e dell'art. 113 c.p.c.

Con il secondo motivo di ricorso si denuncia l'omesso esame circa un fatto decisivo per la controversia che è stato oggetto di discussione tra le parti: travisamento delle emergenze istruttorie, omesso riscontro di fatti comprovanti effettiva presenza umana nei luoghi delle misurazioni, desumibile da deposizioni testimoniali, in particolare delle deposizioni del Sindaco e del teste B.M.L., nonchè degli atti e documenti di causa.

4. Ad avviso del Collegio il primo motivo è fondato.

In tal senso risulta corretta la ricostruzione del quadro normativo di riferimento, come operato dal ricorrente, e sostanzialmente condiviso anche dal giudice di appello.

Il D.M. n. 381 del 1998, art. 4 - Regolamento recante norme per la determinazione dei tetti di radiofrequenza compatibili con la salute umana - emesso ai sensi della delega contenuta nella L. n. 249 del 1997, art. 1, comma 6 mentre al comma 1 dispone che:

"1. Fermi restando i limiti di cui all'art. 3, la progettazione e la realizzazione dei sistemi fissi delle telecomunicazioni e radiotelevisivi operanti nell'intervallo di frequenza compresa fra 100 kHz e 300 GHz e l'adeguamento di quelle preesistenti, deve avvenire in modo da produrre i valori di campo elettromagnetico più bassi possibile, compatibilmente con la qualità del servizio svolto dal sistema stesso al fine di minimizzare l'esposizione della popolazione";

al comma 2 precisa che:

"2. Per i fini di cui al precedente comma 1, in corrispondenza di edifici adibiti a permanenze non inferiori a quattro ore non devono essere superati i seguenti valori, indipendentemente dalla frequenza, mediati su un'area equivalente alla sezione verticale del corpo umano e su qualsiasi intervallo di sei minuti: 6 V/m per il campo elettrico, 0,016 A/m per il campo magnetico intesi come valori efficaci e, per frequenze comprese tra 3 Mhz e 300 GHz, 0,10 W/m2 per la densità di potenza dell'onda piana equivalente".

E' successivamente intervenuta la L. n. 36 del 2001, la cui finalità, come esplicitata dall'art. 1 è:

"Finalità della legge.

1. La presente legge ha lo scopo di dettare i principi fondamentali diretti a: a) assicurare la tutela della salute dei lavoratori, delle lavoratrici e della popolazione dagli effetti dell'esposizione a determinati livelli di campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici ai sensi e nel rispetto dell'art. 32 Cost.; b) promuovere la ricerca scientifica per la valutazione degli effetti a lungo termine e attivare misure di cautela da adottare in applicazione del principio di precauzione di cui all'art. 174, paragrafo 2, del trattato istitutivo dell'Unione Europea; c) assicurare la tutela dell'ambiente e del paesaggio e promuovere l'innovazione tecnologica e le azioni di risanamento volte a minimizzare l'intensità e gli effetti dei campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici secondo le migliori tecnologie disponibili."

Il successivo art. 3 dispone poi che:

"1. Ai fini dell'applicazione della presente legge si assumono le seguenti definizioni:

a) esposizione: è la condizione di una persona soggetta a campi elettrici, magnetici, elettromagnetici, o a correnti di contatto, di origine artificiale;

b) limite di esposizione: è il valore di campo elettrico, magnetico ed elettromagnetico, considerato come valore di immissione, definito ai fini della tutela della salute da effetti acuti, che non deve essere superato in alcuna condizione di esposizione della popolazione e dei lavoratori per le finalità di cui all'art. 1, comma 1, lett. a);

c) valore di attenzione: è il valore di campo elettrico, magnetico ed elettromagnetico, considerato come valore di immissione, che non deve essere, superato negli ambienti abitativi, scolastici e nei luoghi adibiti a permanenze prolungate per le finalità di cui all'art. 1, comma 1, lett. b) e c). Esso costituisce misura di cautela ai fini della protezione da possibili effetti a lungo termine e deve essere raggiunto nei tempi e nei modi previsti dalla legge;

d) obiettivi di qualità sono:

1) i criteri localizzativi, gli standard urbanistici, le prescrizioni e le incentivazioni per l'utilizzo delle migliori tecnologie disponibili, indicati dalle leggi regionali secondo le competenze definite dall'art. 8;

2) i valori di campo elettrico, magnetico ed elettromagnetico, definiti dallo Stato secondo le previsioni di cui all'art. 4, comma 1, lett. a), ai fini della progressiva miticizzazione dell'esposizione ai campi medesimi;

e) elettrodotto: è l'insieme delle linee elettriche, delle sottostazioni e delle cabine di trasformazione;

f) esposizione dei lavoratori e delle lavoratrici: è ogni tipo di esposizione dei lavoratori e delle lavoratrici che, per la loro specifica attività lavorativa, sono esposti a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici;

g) esposizione della popolazione: è ogni tipo di esposizione ai campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici. ad eccezione dell'esposizione di cui alla lett. f) e di quella intenzionale per scopi diagnostici o terapeutici;

h) stazioni e sistemi o impianti radioelettrici: sono uno o più trasmettitori, nonchè ricevitori, o un insieme di trasmettitori e ricevitori, ivi comprese le apparecchiature accessorie, necessari in una data postazione ad assicurare un servizio di radiodiffusione, radiocomunicazione o radioastronomia,

i) impianto per telefonia mobile: è la stazione radio di terra del servizio di telefonia mobile, destinata al collegamento radio dei terminali mobili con la rete del servizio di telefonia mobile;

I) impianto fisso per radiodiffusione: è la stazione di terra per il servizio di radiodiffusione televisiva o radiofonica.

A dare concreta attuazione a tale legge è infine intervenuto il D.P.C.M. 8 luglio 2003 il cui art. 1 recita:

"Campo di applicazione.

1. Le disposizioni del presente decreto fissano i limiti di esposizione e i valori di attenzione per la prevenzione degli effetti a breve termine e dei possibili effetti a lungo termine nella popolazione dovuti alla esposizione ai campi elettromagnetici generati da sorgenti fisse con frequenza compresa tra 100 kHz e 300 GHz. Il presente decreto fissa inoltre gli obiettivi di qualità, ai fini della progressiva minimizzazione della esposizione ai campi medesimi e l'individuazione delle tecniche di misurazione dei livelli di esposizione.

2. I limiti di esposizione, i valori di attenzione e gli obiettivi di qualità di cui al presente decreto non si applicano ai lavoratori esposti per ragioni professionali oppure per esposizioni a scopo diagnostico o terapeutico.

L'art. 3, così recita:

"3. Limiti di esposizione e valori di attenzione.

1. Nel caso di esposizione a impianti che generano campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici con frequenza compresa tra 100 kHz e 300 GHz non devono essere superati i limiti di esposizione di cui alla tabella 1 dell'allegato B, intesi come valori efficaci.

2. A titolo di misura di cautela per la protezione da possibili effetti a lungo termine eventualmente connessi con le esposizioni ai campi generati alle suddette frequenze all'interno di edifici adibiti a permanenze non inferiori a quattro ore giornaliere e loro pertinenze esterne, che siano fruibili come ambienti abitativi quali balconi, terrazzi e cortili esclusi i lastrici solari, si assumono i valori di attenzione indicati nella tabella 2 all'allegato B.

3. I valori di cui ai commi 1 e 2 presente articolo devono essere mediati su un'area equivalente alla sezione verticale del corpo umano e su qualsiasi intervallo di sei minuti."

Il successivo art. 4 specifica che:

"Art. 4. Obiettivi di qualità.

1. Ai fini della progressiva minimizzazione della esposizione ai campi elettromagnetici, i valori di immissione dei campi oggetto del presente decreto, calcolati o misurati all'aperto nelle aree intensamente frequentate, non devono superare i valori indicati nella tabella 3 dell'allegato B. - Detti valori devono essere mediati su un'area equivalente alla sezione verticale del corpo umano e su qualsiasi intervallo di sei minuti. 2. Per aree intensamente frequentate si intendono anche superfici edificate ovvero attrezzate permanentemente per il soddisfacimento di bisogni sociali, sanitari e ricreativi."

Posto tale quadro normativo, la questione di diritto che pone il motivo in esame investe la corretta interpretazione del D.P.C.M. 8 luglio 2003, art. 3, comma 2 che a sua volta riprende l'analoga previsione di cui al D.M. n. 381 del 1998, art. 4 nella parte in cui fa riferimento al fine di determinare il corretto valore di attenzione, ad edifici adibiti a permanenze non inferiori a quattro ore giornaliere.

Infatti, mentre il giudice di appello ha opinato nel senso che la norma presupponesse un'effettiva ed attuale presenza di persone all'interno dell'edificio, la tesi invece propugnata dal Comune, e condivisa anche da altri precedenti della medesima Corte d'Appello che ha pronunciato la sentenza impugnata, addiviene alla conclusione che non sia necessaria un'effettiva utilizzazione dell'edificio in quanto in concreto ed attualmente adibito ad una presenza di esseri umani in maniera superiore alle quattro ore giornaliere, essendo invece rilevante ai fini della imposizione di un livello di emissioni inferiore, la sola possibilità che il bene immobile possa ricevere tale utilizzazione.

I giudici di appello, optando per una lettura meno restrittiva delle suddette norme, hanno quindi accolto l'opposizione, sul presupposto che le prove raccolte non consentivano di affermare che il bene fosse attualmente frequentato, e ciò sia in relazione alla trattoria posta al piano terra che in relazione all'appartamento collocato al livello superiore, in quanto al più si poteva sostenere la presenza sporadica e saltuaria di persone, a nulla rilevando il fatto, emerso dalle prove, che l'appartamento, sebbene non occupato al momento, fosse munito di arredi.

Reputa, invece il Collegio che, avuto riguardo alla formulazione delle previsioni richiamate, la loro interpretazione teleologica non possa che deporre nel senso che la lettera della norma, sebbene neutra quanto alla univoca indicazione della necessità di un utilizzo attuale del bene per un periodo superiore alle quattro ore giornaliere, debba invece condurre all'opzione ermeneutica che legittima la conclusione della sufficienza di una mera possibilità di utilizzo per un tempo superiore al detto limite giornaliero, per imporre i più rigorosi limiti previsti dalla normativa di riferimento.

Come puntualmente evocato dalle argomentazioni difensive del ricorrente, depone a favore di tale conclusione la necessità di dover dare piena e concreta attuazione al principio di precauzione di cui all'art. 191 TFUE (ex art. 174 del TCE) che con rifermento alla materia dell'ambiente, mentre al comma 1 recita che:

"1. La politica dell'Unione in materia ambientale contribuisce a perseguire i seguenti obiettivi:

- salvaguardia, tutela e miglioramento della qualità dell'ambiente,

- protezione della salute umana;

- utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali;

- promozione sul piano internazionale di misure destinate a risolvere i problemi dell'ambiente a livello regionale o mondiale e, in particolare, a combattere i cambiamenti climatici", al secondo prevede che:

"2. La politica dell'Unione in materia ambientale mira a un elevato livello di tutela, tenendo conto della diversità delle situazioni nelle varie regioni dell'Unione. Essa è fondata sui principi della precauzione e dell'azione preventiva, sul principio della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all'ambiente, nonchè sul principio "chi inquina paga."

L'esigenza di adottare le soluzioni ispirate al principio di precauzione legittima quindi la diversa interpretazione sostenuta dal ricorrente, secondo cui ai fini dell'applicazione dei più rigorosi livelli di emissione non sia necessario il riscontro di un'effettiva ed attuale utilizzazione da parte delle persone degli edifici rispetto ai quali deve essere misurato il livello di emissioni, ma che sia sufficiente la sola potenziale destinazione del bene, a prescindere dalla sua poi concreta utilizzazione in conformità della destinazione.

Trattasi di soluzione che, lungi dal determinare un abnorme impiego del principio dell'onere della prova, come invece opinato dal giudice di appello, essendo sempre onere di chi contesta l'illegittimità delle emissioni dimostrare la sia pur potenziale destinazione del bene a scopi ed utilizzi che giustificano la presenza di persone nei luoghi per un periodo superiore al limite temporale dettato dalle su indicate norme, assicura invece che vengano preservate anche le ragioni della pubblica salute, privilegiandosi un approccio prudenziale che preservi la salute della collettività, ed in particolare di chi potrebbe poi in concreto fare uso del bene.

Ad opinare diversamente, l'individuazione del limite di liceità delle emissioni sarebbe legato ad una serie di variabili quali ad esempio l'uso solo stagionale di un determinato bene, ovvero la scelta dell'occupante di spostarsi altrove per esigenze lavorative di carattere temporaneo, che inciderebbero, in maniera spesso non prevedibile sul livello delle emissioni consentite, soprattutto senza che sia immediatamente assicurata una corrispondenza tra detto livello e le esigenze precauzionali correlate all'uso, in questo caso in concreto, del bene stesso, mancando un meccanismo che permetta l'immediato adeguamento delle prime in relazione alle variazioni del secondo, con il concreto pericolo che a fronte di un'effettiva permanenza nel bene, l'occupante resti esposto a livelli di emissioni superiori a quelli che la legge prevede, sin quando la PA non assicuri l'adeguamento delle stesse al mutare della situazione fattuale.

Appare invece proprio in linea con il ricordato principio di precauzione, ancorare l'individuazione del livello emissioni consentito alla potenziale destinazione del bene, sicchè ove questa denoti una verosimile permanenza all'interno dell'edificio per un periodo superiore alle quattro ore giornaliere, si impone un più rigoroso livello di emissione in quanto idoneo a prevenire ogni possibile rischio per la salute di chi potrebbe in potenza venire ad occupare il bene.

La sentenza impugnata risulta quindi avere fornito un'erronea applicazione delle norme in esame, avendo escluso che ricorressero i presupposti per esigere un livello di emissione inferiore rispetto a quello effettivamente proveniente dall'impianto dell'opponente, facendo riferimento al riscontro della cessazione di fatto dell'utilizzo dell'edificio oggetto di causa ad uso trattoria ed appartamento, e va pertanto cassata. Il giudice di rinvio dovrà pertanto uniformarsi al seguente principio di diritto:

il D.P.C.M. 8 luglio 2003, art. 3 laddove prevede che nel caso di esposizione a impianti che generano campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici con frequenza compresa tra 100 kHz e 300 GHz non devono essere superati i limiti di esposizione di cui alla tabella 1 dell'allegato B, intesi come valori efficaci, ove al comma 2 fa riferimento alle esposizioni ai campi generati all'interno di edifici adibiti a permanenze non inferiori a quattro ore giornaliere e loro pertinenze esterne, che siano fruibili come ambienti abitativi quali balconi, terrazzi e cortili esclusi i lastrici solari, non richiede un'attuale e concreta adibizione del bene ad usi che determinino la permanenza oltre il suddetto limite orario giornaliero, ma, in ragione del principio di precauzione di matrice comunitaria, va letto nel senso che sia sufficiente anche una potenziale destinazione ad usi che prevedano, sempre in potenza, una permanenza per più di quattro ore al giorno.

5. L'accoglimento del primo motivo implica poi evidentemente l'assorbimento del secondo motivo di ricorso, che invece mirava a contestare la corretta valutazione delle risultanze istruttorie, quanto alla conclusione secondo cui non vi sarebbe prova di un'effettiva ed attuale utilizzazione del bene tale da richiedere un livello inferiore di emissione.

6. Il giudice del rinvio che si designa in una diversa sezione della Corte d'Appello di Venezia, provvederà anche sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso e, assorbito il secondo, cassa la sentenza impugnata con rinvio ad altra Sezione della Corte d'Appello di Venezia, che provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione seconda Civile, il 26 gennaio 2021.