venerdì 30 ottobre 2020

Richiesta di accesso agli atti

 Fac simile di domande da presentare a 


Comune


Regione


in merito alla sperimentazione del 5G


Fac simili proposti da R2020

giovedì 29 ottobre 2020

Dopo il Decreto Semplificazioni: cosa fare ?

 


Riportiamo qui due documenti prodotti da Arch Laura Masiero Presidente di APPLE che sono un contributo tecnico legale alle amministrazioni comunali che vogliono proteggere la salute della popolazione dai datti provenienti dai CEM.


Oltre ad una nota di lettura e commento del famoso articolo del decreto semplificazioni inserito per cercare di bloccare i sindaci 'virtuosi' c'è una lista di azioni di promuovere che non sono diverse da quanto proporsto prima dall'Avv S Bertone ma acnhe dalle tre associazioni (APPLE, ISDE, Associazione Italiana Elettrosensibili) che alcune settimane fa hanno inoltrato a centinaia di comuni italiani delle pec con istruzioni.


Note di commento

istruzioni

domenica 4 ottobre 2020

Consiglio di Stato: Antenna vicino alla scuola: ci vogliono le prove che fa male!

 La sentenza del Consiglio di Stato asserisce che l'azione 'popolare' non può determinare un'azione legale in quanto basata su considerazioni soggettive.

Viene cancellato anche il Regolamento comunale (Roma) che imponeva di non installare SRB entro 100 m da zone sensibili (scuola).

Forse è mancata una congrua evidenziazione scientifica che contesti le affermazione dell'ARPA?

Consiglio di Stato Sez., VI n. 5034 del 13 agosto 2020
Elettrosmog.Interesse ad agire da parte di privati in relazione ad installazione di una stazione radio base

Non può ritenersi sufficiente a radicare la legittimazione e l’interesse ad agire la mera circostanza della prossimità dell’opera infrastrutturale ad una scuola elementare,
dovendo essere per contro fornita la prova concreta (o quantomeno un principio di prova) del vulnus specifico inferto dagli atti impugnati alla sfera giuridica degli stessi ricorrenti. In particolare, deve trattarsi di pregiudizi concreti e oggettivi, che non possono esaurirsi in una mera prospettazione soggettiva e arbitraria di ipotetici immissioni di campi elettromagnetici asseritamente pregiudizievoli alla salute, specie in un caso, quale quello sub iudice, in cui le autorità a ciò preposte (in particolare, ARPA) abbiano escluso che l’opera potesse impattare negativamente sotto il profilo sanitario, con una valutazione certamente non sostituibile da una prospettazione soggettiva dei privati in funzione dell’esercizio di una correlativa azione impugnatoria, a pena di introdurre, attraverso l’elevazione di un astratto interesse alla legalità a criterio di legittimazione, un’inammissibile (perché priva di base legale) azione popolare sulla base di considerazioni e prospettazioni del tutto soggettive del singolo ricorrente.


Pubblicato il 13/08/2020


SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 5707 del 2018, proposto da Wind Tre S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avvocato Giuseppe Sartorio, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via Tommaso Gulli, n. 11;

contro

Roma Capitale, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avvocato Enrico Maggiore, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via del Tempio di Giove, n. 21;
Telecom Italia S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dagli avvocati Filippo Lattanzi, Francesco Cardarelli e Jacopo d’Auria, con domicilio eletto presso lo studio dell’avvocato Filippo Lattanzi in Roma, via G. P. da Palestrina, n. 47;
Alessia Gazzillo, Carole Guillaume Laurence, Cecilia Tordini, Giuseppa Tata, Tatiana Grilli, Claudia Goldoni, Giulia Casati, Maria Linda Fusella, Loredana De Angelis, Cristina De Santis, Lara Magnani, Veronica Rossi, Annalisa Fuso, Daniela Castagnoli, Silvia Cerioni, Gioia Latini, Desire’ Iacino, Maria Pia Napolitano, Claudia Ledda, Raffaella Giacalone, Emanuela Verde, Maria Donzetti, Eugenia Scognamiglio, Roberta Mancia, Giulia Buffa, Elisabetta Burioni, Arianna Amato, Denise Iacino, Alessandra Viscardi, Silvia Panti, Marco Iodice e Roberta Cevenini, rappresentati e difesi dagli avvocati Antonio Talladira e Loredana Alcamo, con domicilio eletto presso il loro studio in Roma, via Buccari, n. 11;
Regione Lazio, Arpa Lazio - Agenzia Regionale Protezione Ambientale Lazio, Condominio di via Adrea Doria 16/C, non costituiti in giudizio nel presente grado;

nei confronti

Vodafone Italia S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avvocato Nicola Lais, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via Claudio Monteverdi, n. 20;


sul ricorso numero di registro generale 7686 del 2018, proposto da Telecom Italia S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dagli avvocati Filippo Lattanzi, Francesco Cardarelli e Jacopo d’Auria, con domicilio eletto presso lo studio dell’avvocato Filippo Lattanzi in Roma, via G. P. da Palestrina, n. 47;

contro

Alessia Gazzillo, Carole Guillaume Laurence, Cecilia Tordini, Giuseppa Tata, Tatiana Grilli, Claudia Goldoni, Giulia Casati, Maria Linda Fusella, Loredana De Angelis, Cristina De Santis, Lara Magnani, Veronica Rossi, Annalisa Fuso, Daniela Castagnoli, Silvia Cerioni, Gioia Latini, Desire’ Iacino, Maria Pia Napolitano, Claudia Ledda, Raffaella Giacalone, Emanuela Verde, Maria Donzetti, Eugenia Scognamiglio, Roberta Mancia, Giulia Buffa, Elisabetta Burioni, Arianna Amato, Denise Iacino, Alessandra Viscardi, Silvia Panti, Marco Iodice e Roberta Cevenini, rappresentati e difesi dagli avvocati Antonio Talladira e Loredana Alcamo, con domicilio eletto presso il loro studio in Roma, via Buccari, n. 11;
Vodafone Italia S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avvocato Nicola Lais, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via Claudio Monteverdi, n. 20;

nei confronti

Roma Capitale, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avvocato Enrico Maggiore, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via del Tempio di Giove, n. 21;
Regione Lazio, Arpa Lazio - Agenzia Regionale Protezione Ambientale Lazio, Condominio di via Adrea Doria 16/C, non costituiti in giudizio nel presente grado;
Wind Tre S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avvocato Giuseppe Sartorio, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via Tommaso Gulli, n. 11;



sul ricorso numero di registro generale 8510 del 2018, proposto da Vodafone Italia S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avvocato Nicola Lais, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via Claudio Monteverdi, n. 20;

contro

Roma Capitale, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avvocato Enrico Maggiore, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via del Tempio di Giove, n. 21;
Regione Lazio, Arpa Lazio - Agenzia Regionale Protezione Ambientale Lazio, Condominio di via Adrea Doria 16/C, non costituiti in giudizio nel presente grado;
Telecom Italia S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dagli avvocati Filippo Lattanzi, Francesco Cardarelli e Jacopo d’Auria, con domicilio eletto presso lo studio dell’avvocato Filippo Lattanzi in Roma, via G. P. da Palestrina, n. 47;
Alessia Gazzillo, Carole Guillaume Laurence, Cecilia Tordini, Giuseppa Tata, Tatiana Grilli, Claudia Goldoni, Giulia Casati, Maria Linda Fusella, Loredana De Angelis, Cristina De Santis, Lara Magnani, Veronica Rossi, Annalisa Fuso, Daniela Castagnoli, Silvia Cerioni, Gioia Latini, Desire’ Iacino, Maria Pia Napolitano, Claudia Ledda, Raffaella Giacalone, Emanuela Verde, Maria Donzetti, Eugenia Scognamiglio, Roberta Mancia, Giulia Buffa, Elisabetta Burioni, Arianna Amato, Denise Iacino, Alessandra Viscardi, Silvia Panti, Marco Iodice e Roberta Cevenini, rappresentati e difesi dagli avvocati Antonio Talladira e Loredana Alcamo, con domicilio eletto presso il loro studio in Roma, via Buccari, n. 11;

nei confronti

Wind Tre S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avvocato Giuseppe Sartorio, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via Tommaso Gulli, n. 11;

per la riforma

della sentenza del Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, Sede di Roma, sezione II-Quater, n. 6136/2018, resa tra le parti e concernente: autorizzazione alla installazione di infrastrutture di comunicazione elettronica per la realizzazione di un impianto per telefonia mobile in Roma, via Andrea Doria, n. 16/C;


Visti i ricorsi in appello e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio delle rispettive parti appellate;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore, nell’udienza pubblica del giorno 20 febbraio 2020, il consigliere Bernhard Lageder e uditi, per le parti, gli avvocati Giuseppe Sartorio, Angela Raimondo in sostituzione dell’avvocato Maggiore, Francesco Cardarelli, Jacopo d’Auria, Nicola Lais, Antonio Talladira e Loredana Alcamo Giuseppe Sartorio;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO e DIRITTO

1. Con la sentenza in epigrafe, il TAR per il Lazio pronunciava definitivamente sul ricorso n. 13454 del 2015 (integrato da motivi aggiunti), proposto da un gruppo di genitori di alunni della scuola elementare statale ‘Cairoli’ in Roma, via Giordano Bruno, n. 2, avverso i seguenti atti:

- l’autorizzazione formatasi per silenzio assenso in capo alle società telefoniche controinteressate per l’installazione di una stazione radio base sul lastrico solare dell’edificio sito in Roma, via Andrea Doria, n. 16/C, oggetto della richiesta presentata dalle società predette in data 4 agosto 2014 ai sensi dell’art. 87 d.lgs. n. 259/2003;

- il parere ARPA del 22 settembre 2014;

- la valutazione ambientale preliminare del 7 maggio 2015;

- l’autorizzazione sismica rilasciata dalla Regione Lazio;

- la nota del Dipartimento programmazione ed attuazione urbanistica - Direzione edilizia - Ufficio stazioni radio base di Roma Capitale del 14 ottobre 2015, con cui è stato sospeso il titolo autorizzativo tacito e avviato il procedimento di verifica sulla compatibilità dell’antenna;

- la nota comunale del 24 maggio 2016, di conferma della legittimità del titolo autorizzatorio.

1.1. In particolare, il TAR adìto, previa acquisizione di informazioni e chiarimenti dall’amministrazione, provvedeva come segue:

(i) respingeva l’eccezione di carenza di legittimazione attiva in capo ai ricorrenti – sollevata dalle imprese controinteressate sotto il profilo che gli stessi non sarebbero proprietari di immobili siti nelle immediate vicinanze dell’edificio su cui era posta l’antenna e che la scuola non sarebbe ‘toccata’ dai relativi lobi di irradiazione –, dovendosi «ritenere sussistente l’interesse in capo a chi frequenta la scuola (e, quali esercenti la potestà, ai genitori) ad impugnare i provvedimenti che si assumano in violazione delle disposizioni del Regolamento comunale adottato ai sensi dell’art. 8 della legge n. 36 del 2001, nonché con riferimento alla particolare disciplina di Roma Capitale, del Protocollo di intesa del 2004, con la conseguente legittimazione attiva» (v. così, testualmente, l’impugnata sentenza);

(ii) respingeva, altresì, l’eccezione di tardività del ricorso introduttivo – sollevata dalle imprese controinteressate sotto il profilo che gli impianti della stazione radio base sarebbero stati montati tra il 19 e il 20 luglio 2015, mentre il ricorso era stato spedito per la notificazione il 27 ottobre 2015 e quindi tardivamente (pur considerando il periodo di sospensione feriale di trenta giorni) –, avendo i ricorrenti in data 4 agosto 2015 presentato istanza di accesso agli atti ed essendo la relativa documentazione stata rilasciata dagli uffici comunali il 10 settembre 2015, con la conseguente acquisizione della conoscenza piena degli atti gravati solo in tale data anche tenuto conto della installazione dell’antenna nel periodo di chiusura scolastica, ed essendosi in ogni caso la successiva attività procedimentale chiusa soltanto con la nota comunale del 24 maggio 2016, di sostanziale natura autorizzatoria, con il conseguente superamento delle censure relative alla illegittima formazione del silenzio-assenso, il quale comunque non poteva ritenersi maturato a fronte della violazione del limite distanziale di cento metri da un sito sensibile, quale stabilito dal Protocollo d’intesa sottoscritto tra Roma Capitale e gestori della telefonia mobile in data 4 luglio 2004;

(iii) respingeva il ricorso incidentale proposto dalle imprese di telefonia avverso il protocollo d’intesa, affermandone la legittimità previo richiamo di precedenti giurisprudenziali e trattandosi comunque di atto dalle stesse sottoscritto;

(iv) accoglieva, per converso, le censure di illegittimità dell’autorizzazione per contrasto con il citato Protocollo d’intesa, fatte valere con il ricorso introduttivo, nonché le censure proposte con i motivi aggiunti avverso l’atto del 24 maggio 2016 che aveva ritenuto non applicabile il limite distanziale di cento metri dalla scuola al caso di specie, non riferendosi il Protocollo d’intesa alle sole ipotesi di collocazione degli impianti su immobili di proprietà comunale, e prevedendo comunque anche il regolamento successivo, approvato con deliberazione consiliare del 14 maggio 2015, un analogo limite distanziale dai siti sensibili, oltre a prescriverne la delocalizzazione;

(v) in accoglimento del ricorso introduttivo e dei motivi aggiunti, annullava pertanto gli atti impugnati dai ricorrenti, ponendo le spese di lite a carico dell’amministrazione resistente e delle imprese controinteressate.

2. Avverso tale sentenza interponevano appello le società Wind Tre S.p.A., Telecom Italia S.p.A. e Vodafone Italia S.p.A. (con tre separati ricorsi, rubricati sub r.g. n. 5707 del 2018, n. 7686 del 2018 e n. 8510 del 2018), deducendo i seguenti motivi (tra di loro sostanzialmente identici):

a) l’erronea reiezione delle eccezioni di carenza di interesse e di legittimazione a ricorrere;

b) l’erronea reiezione dell’eccezione di irricevibilità del ricorso di primo grado per tardività;

c) l’erronea reiezione dell’eccezione di inammissibilità dell’impugnazione della nota del 24 maggio 2016, di mera valenza ricognitiva nonché priva di natura provvedimentale e di autonoma valenza lesiva;

d) l’erronea applicazione degli artt. 87, comma 9, d.lgs. n. 259/2003 e 20, 21-quinquies e 21-nonies l. n. 241/1990;

e) l’erronea applicazione del Protocollo d’intesa del 4 luglio 2004 e del Regolamento approvato con deliberazione consiliare n. 26/2015, nonché degli artt. 86, 87, 87-bis, 90 e 93 d.lgs. n. 259/2003 e dell’art. 23 Cost. e della coeva disciplina europea, oltre che dell’art. 11 l. n. 241/1990, sotto vari profili, e la conseguente erronea reiezione del ricorso incidentale;

f) la violazione del principio tempus regit actum con riferimento al sopravvenuto regolamento comunale n. 26/2015, la contraddittorietà della sentenza e l’erroneo mancato accoglimento della censura di eccesso di potere.

Le società appellanti chiedevano pertanto, in riforma dell’impugnata sentenza, la reiezione dell’avversario ricorso di primo grado (compresi i motivi aggiunti), in rito e nel merito, nonché l’accoglimento del ricorso incidentale.

3. Si costituivano in giudizio gli originari ricorrenti, contestando la fondatezza degli appelli e chiedendone la reiezione.

4. Si costituiva altresì Roma Capitale, contestando la fondatezza degli appelli e sostenendo al legittimità degli atti regolamentari impugnati in via incidentale dalle imprese appellanti.

5. Respinte le istanze cautelari per carenza del periculum in mora, le cause sono state trattenute in decisione all’udienza pubblica del 20 febbraio 2020.

6. Premesso che a norma dell’art. 96, comma 1, cod. proc. amm. i ricorsi in appello, proposti avverso la medesima sentenza, devono essere riuniti e decisi congiuntamente, si osserva che gli appelli sono fondati.

Meritano, in particolare, accoglimento i primi tre motivi d’appello, di cui sopra sub 2.a), 2.b) e 2.c), di natura pregiudiziale di rito.

6.1. Il TAR nell’impugnata sentenza ha respinto le eccezioni di carenza di legittimazione e di interesse sulla base del centrale rilievo che – poiché sia il Protocollo d’intesa sottoscritto dai gestori e l’amministrazione comunale il 5 luglio 2004, avente natura regolamentare, sia il regolamento adottato il 14 maggio 2015 stabiliscono il divieto di installazione nei limiti di cento metri dai siti sensibili comprese le scuole con ciò riconoscendo un interesse giuridicamente tutelato al rispetto di tale limite distanziale – si deve «ritenere sussistente l’interesse in capo a chi frequenta la scuola (e, quali esercenti la potestà, ai genitori) ad impugnare i provvedimenti che si assumano in violazione delle disposizioni del Regolamento comunale adottato ai sensi dell’art. 8 della legge n. 36 del 2001, nonché con riferimento alla particolare disciplina di Roma Capitale, del Protocollo di intesa del 2004, con la conseguente legittimazione attiva» (v. così, testualmente, l’impugnata sentenza).

In primo luogo, non può condividersi l’assunto per cui la semplice qualità di utente della struttura qualificata come sito sensibile dall’invocata disciplina regolamentare – nella specie, costituita dall’istituto scolastico dell’infanzia e primaria ‘Adelaide Bono Cairoli’ ubicato in via Giordano Bruno 2, frequentato dai figli minorenni degli originari ricorrenti – sia, di per sé, idonea a radicare una situazione qualificata e differenziata rispetto al quisque de populo, legittimante l’impugnazione giudiziale dei titoli autorizzatori in questione, in quanto:

- tale qualità, a differenza dal requisito della vicinitas – presupponente la residenza stabile, a titolo dominicale o ad altro titolo, nell’area o zona di ubicazione dell’opera e, peraltro, costituente solo uno dei presupposti per l’impugnazione di titoli edilizi o autorizzatori di impianti od opere infrastrutturali, accanto a quello di un pregiudizio concreto ed effettivo alla propria sfera giuridica soggettiva –, è per definizione transeunte e/o provvsoria, sicché difetta quello stabile e duraturo collegamento territoriale con il contesto nel quale è destinato ad essere realizzato il contestato intervento infrastrutturale (identico discorso varrebbe per gli utenti di strutture ospedaliere o assistenziali), integrante il requisito della vicinitas;

- in situazioni siffatte, la posizione legittimante è, semmai, individuabile in capo all’ente proprietario e/o gestore della struttura qualificata come sito sensibile, il quale agisce tramite gli organi titolari del potere di rappresentanza esterna (eventualmente, con il coinvolgimento e la partecipazione interna degli utenti, secondo le procedure che di volta in volta possano venire in rilievo), oppure, in alternativa, in capo a soggetti ‘entificati’ (quali comitati, associazioni, ecc.) individuabili, in presenza degli elementi all’uopo richiesti, quali titolari di correlativi interessi collettivi;

- infatti, seguendo la tesi accolta dal TAR, per cui la mera previsione di un limite distanziale da un sito sensibile legittimerebbe tutti i relativi utenti ad esperire l’azione impugnatoria avverso gli atti autorizzatori, si darebbe ingresso a una vera e propria azione popolare a tutela dell’astratta ed oggettiva legalità/legittimità dell’azione amministrativa sub specie di osservanza del limite distanziale, in contrasto con il carattere di giurisdizione soggettiva connotante il vigente sistema della giustizia amministrativa.

In secondo luogo, nel caso di specie manca qualsiasi prova di un pregiudizio alla salute degli alunni della scuola per effetto dell’immissione di campi elettromagnetici anche solo potenzialmente lesivi, dovendosi per contro sulla base degli elementi istruttori acquisiti in primo grado, in particolare delle risultanze delle misurazioni da parte dell’ARPA Lazio sia in prossimità degli edifici scolastici sia in prossimità della stazione radio base, ritenere positivamente comprovato il rispetto dei valori di soglia, dei valori di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità stabiliti dal d.P.C.M. dell’8 luglio 2003 (Fissazione dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità per la protezione della popolazione dalle esposizioni a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici generati a frequenze comprese tra 100 kHz e 300 GHz). In assenza di pregiudizi concreti ed attuali arrecati alla posizione giuridica soggettiva delle parti ricorrenti va pertanto esclusa l’integrazione di un interesse concreto, attuale e personale a ricorrere, e quindi della correlativa condizione dell’azione giudiziale.

Osserva al riguardo il Collegio che l’esigenza dell’allegazione e della prova della sussistenza, in capo alle parti ricorrenti, di una situazione legittimante differenziata da quella riferibile al quisque de populo e di un interesse personale, concreto ed attuale, riferibile a un pregiudizio puntuale e specifico recato alla loro sfera giuridica – sia esso di carattere patrimoniale o di peggioramento delle condizioni di vita e di salute, oppure di deterioramento delle concrete e oggettive connotazioni urbanistico e ambientali dell’area – si impone con particolare riguardo a titoli abilitativi relativi ad opere infrastrutturali, quali gli impianti SRB e, in genere, le infrastrutture di comunicazione elettronica che a norma degli artt. 86 e 90 d.lgs. n. 259/2003 sono assimilate alle opere di urbanizzazione primaria e di pubblica utilità, in quanto funzionali all’erogazione di un servizio a carattere generale, il cui regime autorizzatorio è diverso da quello degli ordinari titoli edilizi – i quali, se necessari, sono comunque serventi rispetto ai primi – e convoglia, in un procedimento di autorizzazione unica, i pareri e gli atti di assenso delle varie amministrazioni deputate a rappresentare e gestire gli interessi pubblici e collettivi coinvolti.

Non può, pertanto, ritenersi sufficiente a radicare la legittimazione e l’interesse ad agire in capo agli originari ricorrenti la mera circostanza della prossimità dell’opera infrastrutturale al sito in questione, dovendo essere per contro fornita la prova concreta (o quantomeno un principio di prova) del vulnus specifico inferto dagli atti impugnati alla sfera giuridica degli stessi ricorrenti, nella specie mancante.

In particolare, deve trattarsi di pregiudizi concreti e oggettivi, che non possono esaurirsi in una mera prospettazione soggettiva e arbitraria di ipotetici immissioni di campi elettromagnetici asseritamente pregiudizievoli alla salute, specie in un caso, quale quello sub iudice, in cui le autorità a ciò preposte (in particolare, ARPA) abbiano escluso che l’opera potesse impattare negativamente sotto il profilo sanitario, con una valutazione certamente non sostituibile da una prospettazione soggettiva dei privati in funzione dell’esercizio di una correlativa azione impugnatoria, a pena di introdurre, attraverso l’elevazione di un astratto interesse alla legalità a criterio di legittimazione, un’inammissibile (perché priva di base legale) azione popolare sulla base di considerazioni e prospettazioni del tutto soggettive del singolo ricorrente.

Come già sopra esposto, dalle misurazioni effettuate dall’ARPA, anche in corso di giudizio su impulso del TAR, è emerso che le emissioni della SRB generano negli edifici scolastici limitrofi un campo elettromagnetico i cui valori sono ampiamente inferiori agli obiettivi di qualità fissati dal d.P.C.M. dell’8 luglio 2003, costituenti massima espressione del principio di precauzione sancito dalla l. 22 febbraio 2001, n. 36 (Legge quadro sulla protezione dalle esposizioni a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici). Ma, in più, vi è emerso che un’eventuale delocalizzazione dell’impianto comporterebbe addirittura un peggioramento della situazione, poiché i lobi delle antenne attualmente non incidenti in modo significativo sugli edifici scolastici, verrebbero a trovarsi in una posizione meno favorevole per il plesso scolastico, rispetto a quella attuale

Quanto al principio di precauzione (al quale si ispira anche la disciplina della tutela dell’esposizione ai campi elettromagnetici), si osserva che esso costituisce uno dei capisaldi della politica ambientale dell’Unione europea, ed è attualmente menzionato, ma non definito, nell’art. 191, paragrafo 2, del TFUE, insieme a quelli del ‘chi inquina paga’ e dell’azione preventiva. Tale principio tuttavia non conduce automaticamente a vietare ogni attività che, in via di mera ipotesi soggettiva e non suffragata da alcuna evidenza scientifica, si assuma foriera di eventuali rischi per la salute, privi di ogni riscontro oggettivo e verificabile. Il principio di precauzione richiede, piuttosto e in primo luogo, una seria e prudenziale valutazione, alla stregua dell’attuale stato delle conoscenze scientifiche disponibili, dell’attività che potrebbe ipoteticamente presentare dei rischi; rischi nella specie esclusi, anche secondo parametri di minimizzazione improntati al principio di precauzione, dalle verifiche tecniche dell’ARPA.

Concludendo sul punto, per le considerazioni sopra esposte, in accoglimento dei profili di censura dedotti nell’ambito del motivo sub 2.a), deve escludersi la sussistenza, in capo agli originari ricorrenti, la legittimazione e l’interesse a ricorrere avverso i provvedimenti impugnati in primo grado.

6.2. Merita, altresì, accoglimento la riproposta eccezione di tardività del ricorso di prima istanza, in quanto:

- risulta incontrovertibilmente comprovato, sulla base della stessa esposizione dei fatti di causa nel ricorso introduttivo di primo grado, che i ricorrenti fossero stati a conoscenza del montaggio del palo porta antenne in data 19 - 20 luglio 2015 (come ulteriormente confermato da una «petizione per immediata rimozione antenne scuola A. Cairoli» datata 28 luglio 2015, pure prodotta in giudizio dai ricorrenti);

- la consapevolezza dell’asserita violazione del limite distanziale e della prospettata lesività dell’opera coincide pertanto con la conoscenza dell’installazione della SRB sull’edificio limitrofo (a una distanza di soli 20 m) a quello del plesso scolastico, in data 19-20 luglio 2020, con la conseguenza che i ricorrenti non potevano limitarsi ad attendere il completamento dell’opera o ad esercitare solo in un secondo momento il diritto di accesso alla documentazione, inidoneo a procrastinare il dies a quo di decorrenza del termine d’impugnativa, in quanto lesivo del principio di stabilità dei rapporti giuridici e dell’affidamento dei soggetti titolari dell’autorizzazione;

- né l’effetto di una sorta di rimessione in termini per impugnare l’atto autorizzatorio può essere attribuito alla nota comunale del 24 maggio 2016, con cui sono state rese note gli esiti delle verifiche eseguite sulla SRB ed è rimasta confermata la piena conformità dell’impianto alle regole tecniche e alle disposizioni normative applicabili ratione temporis, poiché si tratta di atto meramente confermativo della legittimità del provvedimento autorizzatorio in precedenza perfezionatosi, e non già di un nuovo titolo abilitativo ad autonoma valenza lesiva;

- peraltro, alla luce del chiaro disposto dell’art. 87, comma 9, d.lgs. n. 259/2003, deve ritenersi che l’autorizzazione si sia perfezionata per silenzio-assenso sull’istanza congiunta presentata il 4 agosto 2014, non ostandovi la dedotta violazione del limite distanziale, la quale andava verificata all’interno della fase istruttoria e nel termine di 90 giorni, e, una volta spirato tale termine, poteva tutt’al più formare oggetto di provvedimento di annullamento in autotutela, il quale nella specie non solo mai risulta essere stato adottato, ma i cui presupposti sono stati positivamente esclusi con la nota del 24 maggio 2016, e, per il resto, doveva essere dedotto quale vizio di legittimità entro il termine decadenziale fissato per la proposizione del ricorso giurisdizionale;

- la notificazione del ricorso introduttivo di primo grado in data 27 ottobre 2015 (data di spedizione), a fronte del dies a quo individuabile al 20 luglio 2015, pur tenendo conto della sospensione feriale di 30 giorni, deve pertanto ritenersi tardivo, in quanto proposto oltre il termine di cui all’art. 41 cod. proc. amm..

6.3. Dalle considerazioni svolte sopra sub 6.2. in ordine alla natura della nota del 24 maggio 2016 consegue altresì l’accoglimento del motivo d’appello sub 2.c), con la conseguente declaratoria di inammissibilità dei motivi aggiunti proposti avverso la nota medesima.

6.4. Per le ragioni tutte sopra esposte, di carattere assorbente e impeditive dell’ingresso di ogni altra questione, vanno accolti i motivi d’appello sub 2.a), 2.b) e 2.c), con la conseguente riforma dell’impugnata sentenza e con sequela di declaratoria di inammissibilità ed irricevibilità del ricorso introduttivo di primo grado, nonché di inammissibilità dei motivi aggiunti.

7. Tenuto conto di ogni circostanza connotante la presente controversia, si ravvisano i presupposti di legge per dichiarare le spese del doppio grado di giudizio interamente compensate tra tutte le parti.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando sugli appelli come in epigrafe proposti e tra di loro riuniti (ricorsi n. 5707 del 2018, n. 7686 del 2018 e n. 8510 del 2018), li accoglie nei sensi di cui in motivazione e, per l’effetto, in riforma dell’impugnata sentenza, dichiara inammissibile e irricevibile il ricorso introduttivo di primo grado, nonché inammissibili i motivi aggiunti; dichiara le spese del doppio grado di giudizio interamente compensate tra tutte le parti.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 20 febbraio 2020, con l’intervento dei magistrati:

Sergio Santoro, Presidente

Bernhard Lageder, Consigliere, Estensore

Dario Simeoli, Consigliere

Giordano Lamberti, Consigliere

Francesco De Luca, Consigliere

domenica 6 settembre 2020

Poteri dell'amministrazione comunale

 https://lexambiente.it/materie/elettrosmog/55-consiglio-di-stato55/15114-elettrosmog-poteri-dell-amministrazione-comunale.html




Consiglio di Stato Sez. II n. 4521 del 13 luglio 2020
Elettrosmog.Poteri dell'amministrazione comunale

La potestà assegnata ai Comuni dall'art. 8, comma 6, della legge quadro 36/2001, deve tradursi nell'introduzione, sotto il profilo urbanistico, di regole a tutela di zone e beni di particolare pregio ambientale, paesaggistico o storico-artistico (ovvero, per ciò che riguarda la minimizzazione dell'esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici, nell'individuazione di siti che per destinazione d'uso e qualità degli utenti possano essere considerati sensibili alle immissioni radioelettriche), ma non può trasformarsi in limitazioni generalizzate alla localizzazione degli impianti di telefonia mobile per intere ed estese porzioni del territorio comunale, in assenza di una plausibile ragione giustificativa


Pubblicato il 13/07/2020

N. 04521/2020REG.PROV.COLL.

N. 01637/2012 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Seconda)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1637 del 2012, proposto da
TELECOM ITALIA S.p.A., in persona del legale rappresentante, rappresentata e difesa dagli avv.ti Francesco Cardarelli e Filippo Lattanzi, con domicilio eletto presso lo studio di questi ultimi, in Roma, alla Via G. P. da Palestrina n. 43

contro

Comune di Sassari, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dall’avv. Bettino Arru, elettivamente domiciliato in Roma, alla Via Federico Confalonieri n. 5, presso lo studio dell’avv. Andrea Manzi;

per la riforma

della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Sardegna (Sezione Seconda) n. 781 del 18 luglio 2011, resa tra le parti.


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Sassari;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 30 giugno 2020, tenuta ai sensi dell’art. 84, commi 5 e 6, del decreto legge 17 marzo 2020, n. 18 (convertito con legge 24 aprile 2020, n. 27), il Cons. Roberto Politi;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO

1. Con ricorso n. 745 del 2007, proposto innanzi al T.A.R. della Sardegna, TELECOM ITALIA ha chiesto l’annullamento della delibera consiliare del Comune di Sassari n. 40 del 17 aprile 2007, recante nuovo Regolamento per la manomissione del suolo pubblico comunale.

Con motivi aggiunti, depositati in data 23 marzo 2010, la ricorrente in prime cure impugnava altresì:

- il provvedimento di conclusione negativa del procedimento e archiviazione della pratica di cui alla nota prot. n. 002748 del 13 gennaio 2010, avente ad oggetto “avvio del procedimento ai sensi della legge n. 241/1990 e richiesta integrazioni. Istanza di manomissione del suolo pubblico richiesta integrazioni e sospensione termini artt. 7 e 8 del Regolamento per la manomissione del suolo pubblico”;

- il Regolamento per la manomissione del suolo pubblico comunale e la relativa delibera di approvazione del Consiglio comunale di Sassari n. 40/2007, ivi compresi gli allegati, con particolare riferimento all'art. 4 dell'allegato D.

2. A sostegno della proposta impugnativa, veniva lamentata l’illegittimità di alcune disposizioni regolamentari che avrebbero introdotto, a carico degli operatori di telecomunicazioni che devono eseguire scavi nel suolo, una serie di costi economici estremamente gravosi, in contrasto con quanto previsto dalla normativa di settore.

Ciò avrebbe riguardato:

- i costi previsti in relazione a taluni adempimenti procedimentali disciplinati dal testo regolamentare (artt. 9: diritti per procedura d’urgenza; art. 10: versamento integrativo non soggetto a restituzione quale danno forfettario ed anticipato che il suolo pubblico subisce a causa dell’intervento; art. 12: polizza fideiussoria; art. 14: cauzione; art. 19: rimborso spese aggravio manutenzione; art. 28: raddoppio della cauzione per il caso di reiterati inadempimenti);

- i diritti di sopralluogo;

- i diritti di istruttoria e di segreteria;

- la polizza assicurativa per i danni che possa subire l’Amministrazione a causa del danneggiamento o della distruzione totale o parziale di impianti;

- la penale per la mancata effettuazione dei lavori di ripristino nei tempi previsti (art. 27).

Tali prescrizioni, secondo la parte ricorrente, si sarebbero poste in contrasto con l’art. 93 del D.Lgs 259/2003, in base al quale le Pubbliche Amministrazioni, le Regioni, le Province e i Comuni non possono imporre, per l’impianto di reti o per l’esercizio dei servizi di comunicazione elettronica, oneri o canoni che non siano stabiliti per legge.

Analogamente, veniva denunziata l’illegittimità delle seguenti disposizioni regolamentari:

- art. 8, comma 6, e art. 13, nella parte in cui hanno introdotto il ripristino provvisorio e quello definitivo, aggravando la previsione dell’art. 67, comma 6, del D.P.R. 495/1992, che prevede una disciplina di verifica e collaudo diversa, più veloce e meno onerosa;

- art. 3, comma 8, con il quale venivano poste a carico dell’operatore privato le spese della progettazione delle opere da realizzare nel sottosuolo, con caratteristiche e qualità concordate con il Comune;

- art. 6, disciplinante la nomina di professionista o di tecnico abilitato designato dal richiedente in qualità di direttore dei lavori, al quale è rimessa la controfirma della domanda con la dichiarazione di accettazione dell’incarico (in quanto tale imposizione non troverebbe riscontro nella legislazione di settore);

- art. 8, nella parte in cui si prevedeva, per il caso di mancato pronunciamento dell’Amministrazione sull’istanza presentata dall’operatore entro 60 giorni dal suo ricevimento, il silenzio rigetto anziché, come previsto dal codice delle telecomunicazioni, il silenzio assenso;

- art. 9, nella parte in cui introduceva l’elaborazione di piani di programmazione annuale degli interventi;

- art. 18, nella parte in cui stabiliva limiti temporali di intervento per il caso di lavori da realizzarsi su pavimentazioni recenti o speciali;

- art. 21, nella parte in cui veniva disposta (comma 5), l’acquisizione al patrimonio comunale delle infrastrutture inutilizzate presenti nel sottosuolo e non risultanti nella documentazione presentata al comune per gli impianti già realizzati;

- art. 24 (verifica dei lavori eseguiti);

- art. 30, recante obbligo, anche per la realizzazione di cavedi e non solo per i manufatti, di conseguimento della concessione edilizia.

Con motivi aggiunti, parte ricorrente ha, inoltre, impugnato il provvedimento di conclusione negativa del procedimento e di archiviazione della pratica, di cui alla nota prot. n. 002748 del 13 gennaio 2010, con il quale il Responsabile del procedimento del settore Progettazione e Direzione Lavori Pubblici del Patrimonio Comunale, con riferimento ad un procedimento concernente l’allaccio per la fornitura di telefonia fissa ad un utente, informava che “Non sono ammesse, per l’ottenimento dell’autorizzazione, ai sensi del regolamento per la manomissione del suolo pubblico comunale, allegato D, art. 4, linee aeree di alcun tipo nell’ambito urbano e nelle zone agricole con alta presenza di residenze, per cui il tratto di linea aereo oggetto di richiesta dovrà essere totalmente interrato. Nella richiesta, quindi, dovranno essere indicate le esatte dimensioni dello scavo e del ripristino, necessarie per il computo dei pagamenti dovuti”.

Con gli anzidetti mezzi di tutela, venivano dedotti i seguenti motivi di doglianza:

1) Violazione degli artt. 4, 53, 54, 86, 87, 90, 91 del D.Lgs n. 259/2003. Violazione e falsa applicazione degli artt. 1 e 3 della direttiva CE 2002/22. Eccesso di potere per mancanza di istruttoria. Violazione dell’art. 3 della legge n. 241/1990. Eccesso di potere per grave insufficienza di motivazione. Eccesso di potere per irrazionalità e contraddittorietà;

2) Violazione dell’art. 23 della Costituzione, violazione degli artt. 35, 88, comma 10, e 93 del D.Lgs. 259/2003. Eccesso di potere per travisamento dei presupposti di fatto e di diritto. Eccesso di potere per irrazionalità.

3. Costituitasi in giudizio l’Amministrazione comunale di Sassari, l’adito Tribunale, con sentenza 781 del 2011, ha respinto il ricorso ed ha compensato le spese di lite.

4. In particolare, il Tribunale ha ritenuto legittima la previsione di cui all’allegato D, art. 4, del Regolamento comunale (sul quale si fonda il provvedimento impugnato), nella parte in cui non ammette la realizzazione di linee telefoniche con linee aeree nell’ambito urbano e nelle zone agricole con alta presenza di residenze, se non per comprovate esigenze tecniche (prescrivendosi per esse l’integrale interramento), in quanto tale disposizione “costituisce evidente applicazione dell’orientamento espresso, nelle sue insindacabili valutazioni di merito, dall’Autorità amministrativa competente alla gestione del territorio circa l’esigenza di favorire la progressiva eliminazione, nel centro abitato e nelle zone agricole ad alta presenza residenziale, degli impianti di linee aeree, privilegiando all’uopo, salvo insuperabili esigenze tecniche, la sistemazione interrata delle linee”.

Al riguardo, il giudice di prime cure ha ritenuto che l’ente locale, nel rispetto del quadro statale di riferimento, possa dettare prescrizioni di carattere integrativo, volte ad imporre caratteristiche o accorgimenti tecnici particolari da adottare nella realizzazione degli impianti; escludendo, altresì, che “l’anzidetta prescrizione possa integrare, in base ai principi legislativi in materia, un ingiustificato aggravamento dei procedimenti autorizzatori o, tanto meno, un’ingerenza nell’uso di una data tecnologia a scapito di un’altra”, trattandosi di mera “soluzione tecnica per l’allocazione dell’impianto … ed affatto inibitoria alla realizzazione delle opere …, che laddove mira a salvaguardare, in senso di maggior tutela, l’impatto ambientale delle stesse sul centro abitato o sulle zone agricole densamente abitate, non può che prevalere anche rispetto alle disposizioni (in particolare art. 86 del codice delle telecomunicazioni) … che, a ben vedere, salvaguardano esclusivamente la necessità di consentire la realizzazione delle infrastrutture necessarie all’erogazione del servizio, rimettendo, poi, alla discrezionalità degli enti locali, la conformazione di questo fine con l’ottimale gestione del territorio”.

Il ricorso proposto da TELECOM ITALIA:

- se ha ricevuto un parziale accoglimento, quanto ai diritti di Segreteria ed ai diritti di sopralluogo (ritenendosi illegittima un’imposizione stabilita dall’ente locale, non rientrante nell’ambito dell’elencazione ammessa dal Codice delle telecomunicazioni);

- è stato, poi, respinto, con riguardo al versamento integrativo ex art. 10 ed agli oneri per opere di recente realizzazione ex art. 19, in quanto è stata dal giudice di prime cure rilevata la legittimità dell’imposizione di “oneri scaturenti dall’esigenza di ristorare l’amministrazione comunale del deterioramento sofferto dal manto stradale per effetto della realizzazione di attività di scavo e ripristino, e ciò anche quando quest’ultimo sia stato realizzato a regola d’arte” (venendo, al riguardo, in considerazione “una forma di contribuzione, coerente con la normativa vigente, rapportata ad un oggettivo costo ripristinatorio che l’ente proprietario, anche a distanza di tempo, sarà inevitabilmente tenuto a sopportare per il mantenimento, in condizioni di agibilità e sicurezza, del manto stradale”).

Il gravame veniva, conseguentemente:

- dichiarato inammissibile (per quanto rivolto avverso l’atto regolamentare, con riferimento alle disposizioni che non hanno trovato applicazione nell’atto attuativo impugnato con ricorso per motivi aggiunti);

- accolto, quanto all’imposizione di diritti di sopralluogo e di segreteria;

- e respinto, per il residuo.

5. Avverso tale pronuncia, TELECOM ITALIA ha interposto appello, notificato il 2 marzo 2012 e depositato il successivo 7 marzo, lamentando quanto di seguito sintetizzato:

5.1 Quanto alla previsione di cui all’art. 4 dell’Allegato D della delibera consiliare 40/2007 (che vieta la realizzazione di linee aree e palificate), viene denunciata l’erroneità della sentenza appellata, che si porrebbe in contrasto con una precedente pronunzia del medesimo Tribunale.

La decisione avversata, inoltre, si presta a critica sotto i profili della violazione dell’art. 112 c.p.c., della denegata giustizia, del travisamento dei presupposti, della violazione e falsa applicazione degli artt. 4, 53, 54, 86, 87, 90 e 91 del D.Lgs. 259 del 2003, nonché degli artt. 1 e 3 della Direttiva CEE 2002/22. Nell’osservare come l’anzidetta disposizione regolamentare vieti, per le zone all’interno dell’ambito urbano e per quelle agricole ad alta presenza di residenze, la realizzazione di linee aeree e palificate (conseguentemente, imponendo la realizzazione delle linee telefoniche a mezzo di scavo sotterraneo), rileva l’appellante come il Comune non abbia tenuto in considerazione la presenza di comprovate esigenze tecniche (tali da consentire di derogare al predetto divieto) ed abbia, altresì, violato il principio di “neutralità tecnologica” (che consente all’operatore di telefonia di individuare l’infrastruttura trasmissiva più conveniente in termini di costi e di difficoltà tecniche).

L’appellata pronunzia, nel dare atto dell’insindacabile latitudine discrezionale che, in materia, assisterebbe le scelte della competente Amministrazione comunale, avrebbe erroneamente interpretato le disposizioni di cui agli artt. 86 e 90 e seguenti del Codice delle comunicazioni; e non avrebbe, poi, compiutamente apprezzate le esigenze di carattere tecnico addotte da TELECOM ITALIA a fondamento dell’opzione per la palificazione.

Il Comune, inoltre, avrebbe dato applicazione a disposizioni regolamentari preordinate a contrastare l’inquinamento elettromagnetico prodotto dagli impianti di telefonia mobile al fine di giustificare un divieto generalizzato di palificazione, con riferimento alle strutture per la telefonia fissa nelle aree urbane, ovvero agricole ad alta presenza residenziale.

La pronunzia appellata, inoltre, rivelerebbe insufficiente approfondimento della situazione di fatto, atteso che l’area interessata dalla realizzazione dell’impianto di che trattasi non rivelerebbe l’esistenza di un esteso tessuto residenziale.

5.2 Quanto alla asserita legittimità degli artt. 10 e 19 della delibera consiliare n. 40 del 2007, parte appellante denuncia erroneità in fatto e in diritto della sentenza impugnata, contraddittorietà, travisamento dei presupposti, violazione del principio di riserva di legge, violazione dell’art. 23 della Costituzione, violazione degli artt. 35, 88, comma 10, e 93 del D.Lgs. 259/2003.

Con riferimento al versamento integrativo ex art. 10 ed agli oneri per opere di recente realizzazione, di cui all’art. 19 del contestato Regolamento comunale (ritenuti legittimi dal giudice di prime cure) TELECOM ITALIA evidenzia che gli oneri in discorso non sarebbero previsti dalla normazione di riferimento e sarebbero stati, conseguentemente, imposti e quantificati dal Comune in maniera asseritamente arbitraria.

6. In data 11 gennaio 2013, l’Amministrazione appellata si è costituita in giudizio; e, in vista della trattazione nel merito dell’appello, ha svolto difese scritte (memoria depositata il 22 febbraio 2020), sostenendo:

- l’inammissibilità dell’appello, nella parte in cui non reca “alcuna specifica censura sulla dichiarata inammissibilità del ricorso in riferimento all’impugnazione di norme del Regolamento per la manomissione del suolo pubblico comunale approvato con delibera consiliare n. 40/2007”; e ciò, specificamente, con riferimento alla impugnazione degli “articoli 6, 8, 13 18, 21, 24 e 30 del Regolamento comunale per la manomissione del suolo pubblico comunale approvato con delibera consiliare n. 40/2007; con riferimento, quindi, a quella “parte della domanda volta all’annullamento delle disposizioni regolamentari ulteriori o diverse rispetto a quelle espressamente richiamate nel ricorso in appello e oggetto di specifica impugnazione”;

- nel merito, l’infondatezza delle censure dall’appellante dedotte in giudizio, con conclusiva richiesta di rigetto del proposto mezzo di tutela.

7. L’appello viene trattenuto per la decisione alla pubblica udienza telematica del 30 giugno 2020.

DIRITTO

1. Come indicato in narrativa, l’appellata sentenza resa dal T.A.R. Sardegna ha dichiarato inammissibile il ricorso N.R.G. 745 del 2007, proposto da TELECOM ITALIA, nella parte in cui sono state impugnate disposizioni del Regolamento, di cui alla delibera del Consiglio comunale di Sassari n. 40 del 17 aprile 2007, per la manomissione del suolo pubblico comunale.

In particolare, la stessa TELECOM aveva sostenuto l’illegittimità delle seguenti previsioni del suindicato testo regolamentare:

- art. 3, comma 8, ove venivano poste a carico dell’operatore privato le spese della progettazione delle opere da realizzare nel sottosuolo, con caratteristiche e qualità concordate con il Comune;

- dell’art. 6 (disciplinante la nomina di professionista o di tecnico abilitato designato dal richiedente in qualità di direttore dei lavori, al quale è rimessa la controfirma della domanda dichiarando l’accettazione dell’incarico, in quanto tale imposizione non troverebbe riscontro nella legislazione di settore);

- art. 8, nella parte in cui prevedeva, per il caso di mancato pronunciamento dell’Amministrazione sull’istanza presentata dall’operatore entro 60 giorni dal suo ricevimento, il silenzio rigetto anziché, come previsto dal codice delle telecomunicazioni, il silenzio assenso;

- art. 8, comma 6, e art. 13, nella parte in cui hanno introdotto il ripristino provvisorio e quello definitivo;

- art. 9, nella parte riguardante l’elaborazione di piani di programmazione annuale degli interventi, nonché i diritti per procedura d’urgenza;

- art. 10: versamento integrativo non soggetto a restituzione quale danno forfettario ed anticipato che il suolo pubblico subisce a causa dell’intervento;

- art. 12 (polizza fideiussoria);

- art. 14 (cauzione);

- art. 18, nella parte in cui stabiliva limiti temporali di intervento per il caso di lavori da realizzarsi su pavimentazioni recenti o speciali;

- art. 19: rimborso spese aggravio manutenzione;

- art. 21, nella parte in cui veniva disposta (comma 5), l’acquisizione al patrimonio comunale delle infrastrutture inutilizzate presenti nel sottosuolo e non risultanti nella documentazione presentata al comune per gli impianti già realizzati;

- art. 24 (verifica dei lavori eseguiti);

- art. 28: raddoppio della cauzione per il caso di reiterati inadempimenti;

- diritti di sopralluogo;

- diritti di istruttoria e di segreteria;

- polizza assicurativa per i danni che possa subire l’Amministrazione a causa del danneggiamento o della distruzione totale o parziale di impianti;

- penale prevista per la mancata effettuazione dei lavori di ripristino nei tempi previsti (art. 27);

- art. 30, recante obbligo, anche per la realizzazione di cavedi e non solo per i manufatti, di conseguimento della concessione edilizia.

2. Il giudice di prime cure, “con riferimento all’eccezione d’inammissibilità del ricorso per carenza di attuale lesività dell’impugnazione, in quanto proposta avverso un atto regolamentare che per poter incidere negativamente sulla sfera giuridica del destinatario necessita di un apposito atto applicativo”:

- ha osservato che “solo in presenza di regolamenti che contengono previsioni di immediata applicazione, in quanto tali capaci di produrre, senza necessità di attendere un provvedimento attuativo, un immediato effetto lesivo nella sfera dei suoi destinatari, sorge, a pena di decadenza, l’onere per questi ultimi della sua immediata impugnazione” (mentre, laddove “tale effetto discende soltanto dall'atto attuativo, la norma regolamentare può essere impugnata solo congiuntamente a quest'ultimo atto, in quanto solo la sua adozione rende attuale e certa la lesione dell'interesse protetto”);

- ed ha ritenuto che, “nonostante il contenuto precettivo per la futura azione dell'Amministrazione, le anzidette disposizioni non possono essere considerate immediatamente lesive dell'interesse della ricorrente, ove si prescinda dalla specifica istanza di rilascio del titolo autorizzatorio e dal provvedimento di reiezione della medesima istanza o di accoglimento della stessa con le predette prescrizioni”;

affermando, per l’effetto, che “al momento dell’adozione del regolamento comunale nessun effetto lesivo si è potuto produrre nella sfera giuridica della società ricorrente, la quale, all'epoca, non aveva ancora esternato alcuna volontà di realizzare interventi di estensione della linea telefonica ricadenti nell’ambito di applicazione delle norme impugnate”.

3. Parte appellante, come correttamente osservato dalla difesa dell’intimata Amministrazione comunale di Sassari (cfr. memoria depositata in atti il 22 febbraio 2020), non ha investito il giudice d’appello della questione riguardante la parte di sentenza, con la quale l’impugnativa presentata in primo grado è stata, come sopra, dichiarata inammissibile.

Per l’effetto, fuoriesce dall’ambito cognitivo della presente controversia la delibazione in ordine alla disposizioni (di cui agli artt. 6, 8, 13 18, 21, 24 e 30 del Regolamento comunale per la manomissione del suolo pubblico comunale approvato con delibera consiliare n. 40/2007), per le quali parte appellante non ha articolato, avverso la sentenza di prime cure, puntuali e specifiche censure: dovendosi, conseguentemente dichiarare inammissibile quella parte della domanda, proposta in appello a sostegno della richiesta di integrale riforma della sentenza n. 781 del 2011, riguardante le suindicate disposizioni regolamentari, ulteriori o diverse rispetto a quelle espressamente richiamate nell’atto introduttivo del presente giudizio ed oggetto di specifica impugnazione.

4. Come sopra perimetrato l’ambito di espansione del sindacato a questo Consiglio rimesso per effetto della rilevata parziale ammissibilità del proposto appello, vengono in considerazione le (sole) doglianze formulate con riferimento al rigetto dei motivi aggiunti in prime cure presentati da TELECOM ITALIA avverso il provvedimento del Comune di Sassari n. 002748 del 13 ottobre 2010, con il quale veniva respinta la richiesta – presentata dall’appellante a mezzo di SIRTI s.r.l. – per il rilascio di autorizzazione a norma dell’art. 53 e seguenti del D.Lgs. 259 del 2003, finalizzata alla realizzazione di lavori di posa di n. 4 cavi per allaccio fornitura telefonica fissa (relativa alla domanda formulata dall’utente sig.ra Maria Chiara Campus, residente in Strada Vicinale Serra Secca Bunnari).

Tale richiesta non veniva accolta dall’Amministrazione, in quanto “non sono ammesse, per l’ottenimento dell’autorizzazione ai sensi del Regolamento per la manomissione del suolo pubblico comunale, Allegato D, linee aeree di alcun tipo nell’ambito urbano e nelle zone agricole con alta presenza di residenze, per cui il tratto di linea oggetto di richiesta dovrà essere completamente interrato. Nella richiesta dovranno quindi essere indicate le esatte dimensioni dello scavo o del ripristino, necessarie per il computo dei pagamenti dovuti”.

Il Comune chiedeva conseguentemente a TELECOM ITALIA:

- la presentazione della documentazione integrativa, occorrente per la definizione dell’istruttoria relativa alla pratica;

- n. 1 marche da bollo per € 14,62;

- ricevuta di pagamento della tassa di occupazione di suolo pubblico;

- il pagamento di € 30,00 a titolo di diritti di sopralluogo e di € 25,00 per diritti di segreteria;

- versamento integrativo ex art. 10;

- oneri per le opere di recente realizzazione ex art. 19;

- n. 2 relazioni tecnico-illustrative recanti indicazione dei metri di scavo, ubicazione degli impianti e metri quadri di superficie.

5. Viene, al riguardo, in considerazione l’art. 4 dell’Allegato D all’anzidetto testo regolamentare; il quale, al comma 3, prescrive che “le linee elettriche, telefoniche e simili all’interno dell’ambito urbano e nelle zone agricole con alta presenza di residenze, dovranno essere realizzate in scavo sotterraneo. In tale ambito è vietata la costruzione di linee aeree e palificate salvo particolari deroghe per comprovate esigenze tecniche”.

5.1 Secondo il T.A.R. Sardegna:

- se restano “… escluse dalle deroghe consentite dalla ricordata disposizione di attuazione, ai fini dell’installazione di impianti di palificazione, le esigenze puramente economiche …”;

- deve “ritenersi compresa nel potere discrezionale dell’amministrazione comunale la valorizzazione del suo centro abitato (anche) attraverso l’imposizione agli operatori di tecniche di realizzazione degli impianti strumentali dei servizi con basso impatto ambientale e tra queste deve comprendersi … l’interramento delle linee aeree telefoniche di nuova installazione”;

- escludendosi “diversamente da come paventato dalla ricorrente, … che l’anzidetta prescrizione possa integrare, in base ai principi legislativi in materia, un ingiustificato aggravamento dei procedimenti autorizzatori e, tanto meno, un’ingerenza nell’uso di una data tecnologia a scapito di un'altra”; e ciò in quanto “trattasi, piuttosto, di soluzione tecnica per l’allocazione dell’impianto (non incidente sull’utilizzo della tecnologia propria del sistema di comunicazione prescelto dal concessionario) ed affatto inibitoria alla realizzazione delle opere (anzi, già assentite con le contestate modalità dell’interramento), che laddove mira a salvaguardare, in senso di maggior tutela, l’impatto ambientale delle stesse sul centro abitato e sulle zone agricole densamente abitate non può che prevalere anche rispetto alle disposizioni (in particolare art. 86 del codice delle telecomunicazioni) invocate dalla ricorrente e che, a ben vedere, salvaguardano esclusivamente la necessità di consentire la realizzazione delle infrastrutture necessari all’erogazione del servizio, rimettendo, poi, alla discrezionalità degli enti locali, la conformazione di questo fine con l’ottimale gestione del territorio”.

5.2 La pronunzia si presta a fondata critica.

5.2.1 Come osservato, infatti, nella gravata determinazione (con la quale è stato negativamente chiuso il procedimento avviato con la richiesta di TELECOM ITALIA di installare una linea palificata per l’erogazione del servizio di telefonia fissa a servizio di un’utenza privata), il divieto di cui alla sopra citata norma regolamentare viene inteso con carattere di assoluta inderogabilità; laddove, come è dato evincere dal chiaro tenore della norma, la preclusione di che trattasi può trovare ambito derogatorio, laddove emergano “comprovate esigenze tecniche”.

Ora, alla stregua di quanto emerso nel corso del giudizio (di primo grado; ed anche nel quadro delle deduzioni delle parti all’interno del presente appello), l’opzione dall’odierna appellante manifestata per la palificazione della linea telefonica (in luogo dell’interramento della stessa) non ha fatto seguito a considerazioni di carattere meramente economico (in quanto tali, insuscettibili di consentire la contemplata deroga al divieto regolamentare di che trattasi); quanto, piuttosto:

- ad una considerazione dello stato dei luoghi (inerente all’area di destinazione dell’impianto), che evidenziava la presenza di una strada sterrata e priva di infrastrutture (come dallo stesso Comune ammesso con memoria depositata nel giudizio a quo in data 2 luglio 2020);

- ed a valutazioni di carattere tecnico, integrate dalla presenza, in zona, di diffuse coltivazioni olivicole, con riveniente potenziale pregiudizio ad esse adducibile per effetto dell’interramento dei cavi.

5.2.2 Se è pur vero che la conclusiva decisione in ordine alla preferibile opzione tecnologica per la realizzazione dell’impianto rientra nel perimetro valutativo dell’Autorità comunale, va nondimeno rimarcato come tale scelta non possa prescindere dall’esternazione di congruo apparato motivazionale, che dia conto delle ragioni escludenti la derogabilità alla “regola” dell’interramento dei cavi.

Diversamente, la determinazione gravata in prime cure presenta significative mende sotto il profilo motivazionale: non potendosi non sottolineare come il rigetto della richiesta di TELECOM ITALIA ben avrebbe dovuto essere inalveato (non già dal mero richiamo ad una norma regolamentare comunque non avente insuperabile carattere ostativo, ma) da una congrua analisi delle concrete ragioni, evidentemente apprezzate previa approfondito accertamento del concreto stato dei luoghi, suscettibili di condurre ad un giudizio di preferibilità dell’interramento della linea telefonica.

Se è ben vero che nella sentenza appellata si dà conto della valutabilità, ad opera della competente Amministrazione comunale, di esigenze:

- di “valorizzazione del centro abitato”

- e di salvaguardia, “in senso di maggior tutela, [del]l’impatto ambientale delle” opere preordinate all’installazione dell’impianto “sul centro abitato e sulle zone agricole densamente abitate”;

non può non rilevarsi che:

- se, da un lato, la possibilità derogatoria non viene nel testo regolamentare coordinata all’apprezzamento degli interessi suindicati (i quali, conseguentemente, vengono ad emersione attraverso un’operazione di implementazione ermeneutica della disposizione all’esame, operata dal giudice di primo grado);

- d’altro canto, le (eventuali) ragioni ostative alla posa di impianto palificato non ricevono alcuna emersione, né sotto il profilo della tutela dei centri abitati (in ogni caso, l’area interessata si trovava in zona rurale), né, tanto meno, con riguardo ad esigenze di tutela della salute pubblica, ovvero lato sensu ambientali.

5.2.3 Né, più in generale, può fondatamente sostenersi che il Regolamento comunale 40/2007 riveli finalità espressamente preordinate alla tutela degli interessi anzidetti, atteso che, come indicato all’art. 1, “il presente regolamento, in base alle linee guida di cui alla direttiva P.C.M. 3 marzo 1999 denominata “Razionale sistemazione nel sottosuolo degli impianti tecnologici”, disciplina criteri e modalità per l’impiego del suolo e del sottosuolo, delle sedi stradali di proprietà comunale e di aree di uso pubblico con l’obiettivo primario di razionalizzare la posa e gestione dei servizi tecnologici a rete in modo da ottimizzare, per quanto possibile, la qualità dei servizi favorendo la necessaria tempestività degli interventi e consentendo, nel contempo, la regolare agibilità del traffico urbano, veicolare e pedonale, al fine di evitare il disagio alla popolazione nell’area interessata ai lavori”.

Ed allora, vieppiù rileva l’esigenza di compiuta esternazione – si ribadisce, affatto assente nell’atto con il quale il Comune ha denegato l’infissione di cavi per la realizzazione di impianto di telefonia fissa – delle compiute ragioni ostative ai fini dell’accoglimento della richiesta formulata dall’operatore, sia con riferimento alla disconosciuta presenza di particolari condizioni tecniche, sia con riguardo alla compromissione, altrimenti arrecata dall’impianto stesso, a valori (si torna a ripetere, non espressamente evocati nell’atto sottoposto a critica) di carattere ambientale o, altrimenti, salutistico.

6. Se, alla stregua di quanto osservato, l’atto si dimostra illegittimo, non altrettanto si dimostra predicabile per la norma regolamentare (art. 6, comma 3, dell’Allegato D) parimenti oggetto di doglianza.

Come dalla stessa appellante evidenziato (e come precedentemente dal Collegio rilevato), la disposizione non reca un assoluto divieto alla palificazione degli impianti di telefonia fissa; piuttosto introducendo una consentita derogabilità correlata all’emersione di “difficoltà” tecniche suscettibili di sconsigliare (ovvero, a fortiori, rivelanti l’impossibilità di) un interramento dei cavi.

In tali limiti, la previsione regolamentare all’esame non si pone in contrasto con il quadro normativo (di cui al D.Lgs. 259 del 2003).

Peraltro, con due precisazioni.

La prima, relativa all’inappropriata evocazione – di cui all’appellata sentenza – delle previsioni introdotte dalla legge 22 febbraio 2001 n. 36 (Legge quadro sulla protezione dalle esposizioni a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici), le quali non vengono in considerazione nel caso in esame, attesa l’estraneità delle finalità da tale normazione perseguite rispetto al perimetro applicativo del censurato Regolamento del Comune di Sassari.

La seconda, riguardante la necessità di distinguere, nel momento in cui venga prospettata alla competente Autorità comunale la realizzabilità di un intervento tecnologico della specie, i diversi interessi suscettibili di tutela (nonché, correlativamente, le potenziali ricadute su di essi indotte da quest’ultimo): la cui concreta protezione non potrà che essere veicolata dalle specifiche limitazioni introdotte dalle discipline di settore, fuori da una generalizzata, quanto indistinta, giustapposizione delle stesse in un unico – ed indistinto – ambito applicativo.

Quanto sopra rileva – in particolar modo, quanto ai profili di tutela della salute ed ambientale – laddove si consideri che, come da questo Consiglio già rilevato (cfr. Sez. III, 4 aprile 2013, n. 1873), la potestà assegnata ai Comuni dall'art. 8, comma 6, della legge quadro 36/2001, deve tradursi nell'introduzione, sotto il profilo urbanistico, di regole a tutela di zone e beni di particolare pregio ambientale, paesaggistico o storico-artistico (ovvero, per ciò che riguarda la minimizzazione dell'esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici, nell'individuazione di siti che per destinazione d'uso e qualità degli utenti possano essere considerati sensibili alle immissioni radioelettriche), ma non può trasformarsi in limitazioni generalizzate alla localizzazione degli impianti di telefonia mobile per intere ed estese porzioni del territorio comunale, in assenza di una plausibile ragione giustificativa

7. Nell’osservare come la pronunzia appellata meriti conferma quanto alla dichiara illegittimità dell’imposizione di diritti di sopralluogo e di segreteria, rileva il Collegio come parimenti illegittime si rivelino le disposizioni regolamentari di cui:

- all’art. 10, riguardante il versamento di una somma a titolo di “versamento integrativo” (oltre la cauzione) per gli interventi che interessano la manomissione delle pavimentazioni stradali di qualunque tipo;

- all’art. 19, con il quale, sul presupposto che “l’apertura ed il ripristino di scavi stradali, ancorché eseguiti a perfetta regola d’arte, provocano comunque un degrado del “corpo stradale” che comporta per l’Amministrazione Comunale un aggravio nelle spese di manutenzione”, si richiede il “versamento all’Amministrazione Comunale di un rimborso che compensi l’aggravio delle spese di manutenzione”; precisandosi che “la somma da versare a tale titolo è da intendersi dunque quale risarcimento del danno – forfetario ed anticipato – per il deterioramento che il suolo pubblico subisce a seguito dell'intervento autorizzato”.

Sul punto, il T.A.R. ha ritenuto che:

- “si tratta … di oneri scaturenti dall’esigenza di ristorare l’amministrazione comunale del deterioramento sofferto dal manto stradale per effetto della realizzazione di attività di scavo e ripristino, e ciò anche quando quest’ultimo sia stato realizzato a regola d’arte”;

- “non si tratta, quindi, in questo caso, di un non ammissibile onere economico liberamente imposto dall’ente locale al di fuori dei casi previsti dalla legge, ma di una forma di contribuzione, coerente con la normativa vigente, rapportata ad un oggettivo costo ripristinatorio che l’ente proprietario, anche a distanza di tempo, sarà inevitabilmente tenuto a sopportare per il mantenimento, in condizioni di agibilità e sicurezza, del manto stradale”.

Va, in proposito, rammentato come questo Consiglio si sia già espresso in materia (cfr. Sez. VI, 30 luglio 2010, n. 5055), nel senso che:

- se il testo dell’art. 93, comma 2, del D.Lgs. 259 del 2003 “è univoco nel disporre che non può essere più “imposto” dall’amministrazione alcun altro onere, oltre quelli espressamente previsti dalla legge, e cioè che non può essere subordinato il rilascio dell’autorizzazione al pagamento di altri importi, né può essere imposto un pagamento sulla base di determinazioni unilaterali”;

- nondimeno, pur a fronte della preclusa subordinazione del rilascio dell’autorizzazione “al pagamento di importi ulteriori rispetto a quelli ivi espressamente previsti (poiché non può essere determinata ex ante alcuna spesa per il ripristino a regola d’arte)”, non è tuttavia inibito all’Amministrazione di chiedere, ex post, al gestore “il pagamento dell’importo che abbia effettivamente speso per il ripristino, che il medesimo gestore abbia omesso di realizzare”.

Se, quindi, il Comune non può subordinare il rilascio di concessioni per lo scavo al pagamento di oneri aggiuntivi (quali l’“indennità di civico ristoro” ed il “canone metro/tubo”) a carico degli operatori di TLC che eseguano scavi sul territorio comunale, allora le disposizioni regolamentari da ultimo richiamate non si sottraggono a fondata critica.

E ciò in quanto con esse viene “forfettizzato” l’indennizzo spettante al Comune, fuori da ogni logica di “corrispondenza” rispetto ad eventuali pregiudizi che l’infrastruttura viaria pubblica possa aver conseguito per effetto dello scavo: venendo, per l’effetto, a configurarsi l’imposizione di un vero e proprio “onere aggiuntivo”, a carico dell’operatore, la cui quantificazione viene ad essere “svincolata” da alcuna sinallagmaticità rispetto alle spese sostenute dall’Amministrazione per il ripristino.

8. Rileva conclusivamente il Collegio che l’appellata sentenza, in parziale accoglimento del proposto mezzo di tutela, va riformata, nella parte in cui è stato respinto il ricorso di prime cure, quanto:

- al provvedimento di conclusione negativa del procedimento e archiviazione della pratica di cui alla nota prot. n. 002748 del 13 gennaio 2010;

- al Regolamento per la manomissione del suolo pubblico comunale ed alla relativa delibera consiliare del Comune di Sassari n. 40/2007, con riferimento agli artt. 10 e 19;

conseguentemente imponendosi l’annullamento, in parte qua, dei sopra indicati atti.

La complessità della controversia, e la non totale soccombenza dell’amministrazione appellata integra la presenza di giusti motivi per compensare fra le parti le spese di lite relativamente al doppio grado di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie, nei limiti indicati in motivazione (punto 8.); e, per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, accoglie il ricorso proposto in primo grado in tali limiti, con riveniente annullamento degli atti pure all’indicato punto della motivazione precisati.

Spese del doppio grado compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso dalla Seconda Sezione del Consiglio di Stato, con Sede in Roma, nella Camera di Consiglio del giorno 30 giugno 2020, convocata con modalità da remoto e con la contemporanea e continuativa presenza dei magistrati:

Fabio Taormina, Presidente

Oreste Mario Caputo, Consigliere

Giovanni Sabbato, Consigliere

Giuseppe Rotondo, Consigliere

Roberto Politi, Consigliere, Estensore