domenica 24 ottobre 2021

TAR CALABRIA: il Sindaco non può bloccare il 5G !

 https://lexambiente.it/materie/elettrosmog/79-giurisprudenza-amministrativa-tar79/15875-elettrosmog-tecnologia-5g.html


Il Giudice sentenzia che il pericolo alla salute pubblica da parte del 5G è solo ipotetico e non scientificamente dimostrato , ... per cui non può bloccare la istallazione di antenne! 


TAR Calabria (CZ) Sez. I n. 1625 del 15 settembre 2021
Elettrosmog.Tecnologia 5G

Il pericolo alla salute pubblica derivante dall’utilizzo della tecnologia 5G è solamente ipotetico, poiché scientificamente indimostrato, sicché non può essere addotto a giustificazione del potere extra ordinem. Nello specifico, l’art. 50, comma 5, d.lgs. 267/2000 circoscrive il potere del Sindaco d’intervenire in via contingibile e urgente al verificarsi di «emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale». Perciò deve ritenersi esclusa la possibilità di ricorrere a tale strumento quando non vi sia urgenza di provvedere o un pregiudizio in atto o, comunque, si tratti di compiere valutazioni aventi una portata non localizzata al solo territorio comunale. Inoltre, per giurisprudenza costante, la materia della tutela sanitaria e ambientale dall’esposizione ai campi elettromagnetici, magnetici e elettromagnetici, essendo riservata alla competenza esclusiva dello Stato non si presta a essere regolata mediante ordinanza sindacale contingibile e urgente e, al contempo, la valutazione sui rischi connessi a tale esposizione è di esclusiva pertinenza dell’A.R.P.A., organo deputato al rilascio del parere prima dell’attivazione della struttura e al monitoraggio del rispetto dei limiti prestabiliti normativamente dallo Stato

domenica 19 settembre 2021

TAR LOMBARDIA: presto presto presto !

 TAR Lombardia (BS) Sez. I n. 687 del 26 luglio 2021

Elettrosmog.Procedura autorizzatoria

La materia dello sviluppo delle comunicazioni elettroniche forma oggetto di dettagliata disciplina in ambito comunitario, secondo principi di semplificazione, celerità e trasparenza, ora codificati dal legislatore nel d.lgs. 259/2003, sicché ogni normativa, nazionale o regionale, che aggravi ingiustificatamente il procedimento di rilascio del titolo autorizzatorio, al di là dei requisiti e dei limiti previsti in via esclusiva dal Codice delle comunicazioni elettroniche, deve essere disapplicata, in forza di quanto stabilito dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 170/1984, in quanto contrastante con i fondamentali principi del diritto europeo in subiecta materia e ora recepiti, quale fonte primaria e pressoché esclusiva, appunto dal d. lgs. 259/2003. L'Amministrazione non può esigere documenti diversi da quelli di cui all'allegato 13, modello B, del D.lgs. n. 259/2003 attese le finalità acceleratorie e semplificatorie del procedimento di cui agli artt. 87 e 87 bis D.lgs. n. 259/2003; tale modello corrisponde all'esigenza di far confluire in un procedimento unitario le valutazioni sia radioprotezionistiche che di compatibilità urbanistica ed edilizia dell'intervento, anche al fine di riduzione dei tempi per la conclusione dei procedimenti amministrativi; tale istanza non può dunque essere oggetto di aggravamento procedimentale da parte del Comune, tramite richiesta di ulteriore documentazione non prevista dalla normativa

Pubblicato il 26/07/2021

N. 00687/2021 REG.PROV.COLL.

N. 00357/2021 REG.RIC.

sabato 7 agosto 2021

Mieloma multiplo e malattie ematiche: la Corte d’Appello di Firenze riconosce la malattia professionale per esposizione ad onde elettromagnetiche

Inail dovrà corrispondere gli arretrati d’indennizzo e la rendita ai superstiti agli eredi di tre ex dipendenti Enel deceduti per neoplasie emolinfopoietiche (un lavoratore di mieloma multiplo, gli altri due a causa di leucemia mieloide acuta). È quanto stabilito dalla sentenza n. 290 emessa lo scorso 11 maggio 2021 dalla Corte d’Appello presso il Tribunale di Firenze che ha stabilito, per i tre casi, un nesso causale fra esposizione ad onde elettromagnetiche sul luogo di lavoro e i tumori che hanno colpito i lavoratori. sentenza n. 290 emessa lo scorso 11 maggio 2021 dalla Corte d’Appello presso il Tribunale di Firenze La Corte d’Appello di Firenze infatti, nel cassare la sentenza di primo grado e accogliere le istanze dei familiari delle vittime, rileva le mancanze di tale CTU poiché: non considerava la questione decisiva che in uno dei lavoratori, l’unico sottoposto ad esame, era stata accertata la mutazione del gene JAK2. La mutazione è scientificamente correlata all’esposizione a campi elettromagnetici a bassa frequenza; trascurava i criteri cronologici, nosologici e casistici del caso in esame. Si trattava di tre lavoratori con patologie assimilabili in un gruppo di lavoro ristretto nel quale, per di più, erano insorte altre patologie possibilmente correlate alle esposizioni. Inoltre era assimilabile il tempo di latenza dell’insorgere della malattia rispetto agli eventi lesivi; citava studi specialistici aggiornati che avrebbero confermato il nesso causale, poi negandolo sulla base di un testo generalista di medicina del lavoro del 2006, certamente meno autorevole; citava studi a sostegno del diniego di nesso causale che presentavano un conflitto d’interesse. Gi studi erano infatti finanziati da soggetti interessati nella telefonia mobile e nel trasporto di energia elettrica. https://www.risarcimentomalattieprofessionali.it/mieloma-multiplo-malattie-ematiche-malattia-professionale/

lunedì 19 luglio 2021

Consiglio di Stato: la diffusione del segnale di connessione dati non deve far derogare a interessi, quali quelli ambientali, espressione dei principi fondamentali della Costituzione!

E' quanto viene riportato da una recentissima sentenza del Consiglio di Stato  




Consiglio di Stato Sez. VI n. 4462 del 10 giugno 2021

Elettrosmog.Limiti alla localizzazione di reti di TLC


In tema di limiti alla localizzazione di reti di TLC, il favor assicurato al principio di diffusione delle infrastrutture a rete della comunicazione elettronica, espresso anche dal CCE, pur comportando una compressione dei poteri urbanistici conformativi di regola spettanti ai Comuni, non consente di derogare alle discipline poste a tutela degli interessi differenziati, come quelli di tipo naturalistico e/o ambientale, essendo questi espressione dei principi fondamentali della Costituzione. Né ha gran senso predicare la prevalenza automatica del silenzio-assenso sui procedimenti, inderogabili, di salvaguardia paesaggistica o ambientale, poiché il silenzio significativo, per cui il rapporto si costituisce per il sol fatto del tempo trascorso, non si può mai formare, in via diretta o mediata, a causa dell’espresso divieto ex art. 20, co. 4 della l. 7 agosto 1990 n. 241, secondo cui «… le disposizioni del presente articolo (silenzio-assenso-NDE) non si applicano agli atti e procedimenti riguardanti… l'ambiente… (e) la tutela dal rischio idrogeologico…».



Pubblicato il 10/06/2021


N. 04462/2021REG.PROV.COLL.


N. 09803/2020 REG.RIC.


REPUBBLICA ITALIANA


IN NOME DEL POPOLO ITALIANO


Il Consiglio di Stato


in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)


ha pronunciato la presente


SENTENZA


sul ricorso NRG 9803/2020, proposto dal Comune di Acri (CS), in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall'avv. Graziella Arena, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia,


contro


la Infrastrutture Wireless Italiane-INWIT s.p.a., corrente in Milano, in persona del rappresentante legale pro tempore, rappresentata e difesa dall'avv. Edoardo Giardino, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto in Roma, via Adelaide Ristori n. 42 e


nei confronti


della Regione Calabria, della Provincia di Cosenza e del Comitato "Settarie No Inquinamento", in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, nonché dei sigg. Elena Montalto, Maria Cristina Chimento, Antonio Milordo, Immacolata D'Orazio e Daniela Molinaro, non costituiti nel presente giudizio,


per la riforma


della sentenza breve del TAR Calabria, sez. II, n. 1504/2020, resa tra le parti e concernente l’atto di decadenza della INWIT s.p.a. dalla autorizzazione alla realizzazione di opere edili per la costruzione di un impianto stazione radio base (SRB) per telecomunicazioni;


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;


Visto l'atto di costituzione in giudizio della INWIT s.p.a.,


Visti tutti gli atti della causa;


Relatore all'udienza pubblica del 27 maggio 2021 il Cons. Silvestro Maria Russo;


Dato atto che l’udienza si svolge ai sensi dell’art. 4, comma 1, del decreto legge 30 aprile 2020, n. 28, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 2020, n. 70, e dell’art. 25 del decreto legge 28 ottobre 2020, n. 137, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 dicembre 2020, n. 176, attraverso videoconferenza con l’utilizzo di piattaforma “Microsoft Teams” come previsto dalla circolare del Segretario Generale della Giustizia Amministrativa 13 marzo 2020, n. 6305;


Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue:



FATTO e DIRITTO


1. – La Infrastrutture Wireless Italiane-INWIT s.p.a., corrente in Milano, fa presente d’essere un’impresa che realizza l’installazione e l’esercizio di impianti per l’espletamento, la gestione e la commercializzazione dei servizi di comunicazione elettronica.


Al riguardo, detta Società rende noto d’aver proposto al Comune di Acri (CS), in data 14 giugno 2018, un’istanza per il rilascio dell’autorizzazione ex art. 87 del D.lgs. 1° agosto 2003 n. 259-CCE, al fine di realizzare una SRB, in c.da Settarie, nell’area distinta in CT fg. 77, part. 503 e soggetta a vincolo idrogeologico, ove ospitare il gestore TIM s.p.a. relativamente a servizi UMTS (3G) e LTE (4G) in banda larga. Il progetto d’intervento ha ottenuto: 1) il parere urbanistico del Comune di Acri in data 8 febbraio 2019; 2) l’autorizzazione sismica della Regione Calabria del 13 febbraio 2019; 3) il parere favorevole dell’ARPA Calabria del 3 agosto 2018; 4) il parere idrogeologico favorevole della Regione Calabria, in data 7 maggio 2019.


Il successivo 14 febbraio 2020, ritenuto già formato il titolo autorizzativo per silenzio-assenso ex art. 87, co. 9, primo periodo, CCE, la INWIT s.p.a. ha dichiarato al Comune l’inizio dei lavori per l’impianto SRB in questione.


Senonché il Comune, con nota prot. n. 4425 del 9 marzo 2020 e su segnalazione di taluni cittadini che avevano formulato eccezioni sulla legittimità dell’intervento, ha sospeso in via cautelativa detti lavori. Tal provvedimento, a sua volta sospeso dal TAR Calabria, è stato annullato con la sentenza n. 1069 del 17 giugno 2020, quantunque già il precedente giorno 3 lo stesso Comune ha avvisato detta Società dell’avvio del procedimento per la decadenza del titolo autorizzativo. Tanto, a suo dire, per l’avvenuta violazione dell’art. 87, co. 10, CCE, non avendo la Società realizzato le opere assentite nel termine perentorio di dodici mesi dalla formazione del silenzio-assenso. Con la nota prot. n. 10022 del successivo 25 giugno, il Comune ha diffidato la Società stessa dal non intraprendere i lavori per l’impianto SRB fino alla definizione di tal procedimento.


2. – Nonostante le osservazioni della Società, con nota prot. n. 11472 del 18 luglio 2020, il Comune ha disposto la decadenza del titolo autorizzativo per l’esecuzione delle opere per l’impianto SRB, ritenendo verificata la violazione dell’art. 87, co. 10, CCE per l’inutile decorso del citato termine.


Avverso tal statuizione e gli atti presupposti, la INWIT s.p.a. è nuovamente insorta avanti al TAR Calabria, col ricorso NRG 1034/2020, deducendo in diritto: 1) – l’irragionevolezza della disposta decadenza, per non aver il Comune considerato l’impianto soggetto a vincolo idrogeologico, per cui, fino all’emanazione del relativo parere favorevole, sarebbe stata preclusa la formazione del silenzio-assenso ai sensi dell’art. 87, co. 9, primo periodo, CCE (la mancanza del parere valendo, ai sensi del precedente co. 8 come motivato diniego) e dell’art. 20, co. 8, del DPR 6 giugno 2001 n. 380 (parere rilasciato solo il 7 maggio 2019 ed inoltrato d’ufficio al Comune affinché completasse il procedimento di sua competenza), onde il silenzio-assenso s’è formato solo il 5 agosto 2019 (senza voler considerare la proroga prevista dalle norme emergenziali COVID-19); 2) – l’illegittimo impedimento comunale all’esercizio del servizio universale e dei servizi di pubblica utilità nelle comunicazioni elettroniche da parte di TIM s.p.a., avendo il Comune frainteso e mal interpretato le norme dell’art. 87 e ss. del D.lgs. 259/2003.


L’adito TAR, con sentenza breve n. 1504 del 30 settembre 2020, ha accolto la pretesa così azionata, in quanto: A) – ove l’area d’intervento sia sottoposta a vincolo idrogeologico, il parere dell’autorità preposta alla tutela del vincolo si configura, ai sensi dell’art. 87, co. 8 CCE come presupposto di validità dell’autorizzazione relativa alle infrastrutture di comunicazione elettronica per gli impianti radioelettrici ed è necessaria anche ai fini della decorrenza del termine di cui al co. 9 ai fini della formazione del silenzio assenso; B) – nella specie, il n.o. idrogeologico è stato rilasciato il 7 maggio 2019, onde il silenzio assenso è maturato il successivo 5 agosto e di conseguenza il titolo abilitativo era destinato a scadere il 5 agosto 2020 e, perciò, alla data d’emanazione del provvedimento gravato (18 luglio 2020), non era ancora trascorso il termine di decadenza ex art. 87, co. 10, CCE.


Appella quindi il Comune di Acri, col ricorso in epigrafe, deducendo, l’erroneità dell’impugnata sentenza per non aver colto che: 1) – come per il parere dell’ARPA, anche quello sul vincolo idrogeologico condiziona non il rilascio, espresso o tacito, del titolo edilizio all’installazione dell’ impianto SRB, bensì l’attivazione di esso, il silenzio-assenso servendo alla semplificazione ed all’accelerazione dell’iter procedimentale; 2) – solo gli interessi di tutela della salute soggiacciono ad una valutazione specifica ed espressa, come le questioni edilizie connesse all’impianto SRB; 3) - la decadenza s’era già formata prima dell’entrata in vigore delle norme emergenziali COVID19.


Resiste in giudizio la Società appellata, concludendo per il rigetto dell’appello.


3. – La questione all’esame del Collegio s’incentra essenzialmente sul computo del termine per la formazione del silenzio-assenso per l’autorizzazione alla costruzione delle SRB, di cui all’art. 87, co. 9, del D.lgs. 259/2003, da cui scatta il termine annuale di decadenza di cui al successivo co. 10.


Da una precisazione in punto di fatto il Collegio non può esimersi: l’oggetto del contendere è solo se, nel calcolo di detto termine, vada o no inserito (o, meglio, “sterilizzato”) il segmento temporale occorrente affinché le Autorità preposte alla tutela degli eventuali vincoli ricadenti nell’area d’impianto esercitino le loro funzioni di controllo sul progetto e ne esprimano il giudizio di compatibilità, tra l’altro anche in base alla classificazione dell’area stessa e della correlata maggior o minore intensità dell’inedificabilità di essa. Tuttavia, la memoria conclusiva depositata dal Comune appellante il 21 aprile u.s. riguarda il momento in cui il soggetto attuatore dell’intervento debba munirsi del parere dell’ARPA in tema di radioprotezione, momento che, per ferma giurisprudenza (cfr., per tutti, Cons. St., VI, 24 settembre 2010 n. 7128; id., 12 gennaio 2011 n. 98; id., III, 9 agosto 2017 n. 3970; id., VI, 20 agosto 2019 n. 5756), è quello non dell’istanza d’autorizzazione, bensì della concreta attivazione dell’impianto. Sicché tal precisazione in memoria, oltreché ovvia, è superflua, in quanto qui si controverte d’un nulla-osta dirimente per l’inizio dei lavori e da acquisire fuori dal procedimento autorizzativo, di regola da svolgere in conferenza di servizi (a causa della molteplicità degli interessi pubblici coinvolti), ma che il Comune non ha attivato.


Si tratta, cioè, del parere necessario e vincolante dell’Autorità preposta alla vigilanza del vincolo sul rischio idrogeologico, il quale è regolato dagli appositi piani per l’assetto idrogeologico all’interno dei piani di bacino di cui all’art. 66 del D.lgs. 3 aprile 2006 n. 152 o dai piani-stralcio di sicurezza idrogeologica, indicati nel successivo art. 67 e approvati dalle competenti Autorità di bacino. Questi ultimi sono emanati nelle more dell'approvazione dei piani di bacino, con la finalità d’individuare, tra l'altro, le aree a rischio idrogeologico, la perimetrazione delle aree da sottoporre a misure di salvaguardia e la determinazione delle misure medesime. Tali misure, essendo assimilate a quelle dei Piani di bacino ai sensi degli art. 65, co. 4, e 67, co. 1, del D.lgs. 152/2006, hanno carattere immediatamente vincolante per Amministrazioni, enti e soggetti privati (ove il Piano così le indichi) e prevalgono pure sugli strumenti urbanistico-edilizi eventualmente già adottati (cfr. Cass. pen., III, 16 giugno 2016 n. 55003; Cons. St., IV, 7 agosto 2020 n. 4974). Sicché senza l’espresso rilascio del n.o. idrogeologico (rilasciato alla Società appellata dalla Regione Calabria con la nota n. 175830 del 7 maggio 2018), commisurato sia alla natura dell’intervento che all’intensità del vincolo gravante sulla relativa area d’impianto, nessuna trasformazione del territorio è lecita e non può esser eseguita e certo non in via di fatto.


Tal vicenda risponde al fermo principio (cfr., di recente, Cons. St., VI, 2 dicembre 2019 n. 8242), in virtù del quale, in tema di limiti alla localizzazione di reti di TLC, il favor assicurato al principio di diffusione delle infrastrutture a rete della comunicazione elettronica, espresso anche dal CCE, pur comportando una compressione dei poteri urbanistici conformativi di regola spettanti ai Comuni, non consente di derogare alle discipline poste a tutela degli interessi differenziati, come quelli di tipo naturalistico e/o ambientale, essendo questi espressione dei principi fondamentali della Costituzione. Né ha gran senso predicare, come vorrebbe il Comune appellante, la prevalenza automatica del silenzio-assenso sui procedimenti, inderogabili, di salvaguardia paesaggistica o ambientale, poiché il silenzio significativo, per cui il rapporto si costituisce per il sol fatto del tempo trascorso, non si può mai formare, in via diretta o mediata, a causa dell’espresso divieto ex art. 20, co. 4 della l. 7 agosto 1990 n. 241, secondo cui «… le disposizioni del presente articolo (silenzio-assenso-NDE) non si applicano agli atti e procedimenti riguardanti… l'ambiente… (e) la tutela dal rischio idrogeologico…».


4. – Il Collegio non reputa di mutar avviso, sol perché l’appellante v’opponga il concetto secondo il quale l’autorizzazione unica ex art. 87, co. 7, CCE riunisce tutti i titoli abilitativi concernenti l’impianto di TLC da realizzare.


Ciò è in sé vero, ma non dirimente, poiché presuppone, da un lato, l’attivazione del procedimento in conferenza di servizi da parte del responsabile unico e non, com’è stato, l’inerzia che ha poi dato luogo al silenzio-assenso. Dall’altro lato, com’è in tutti i procedimenti di autorizzazione unica, la conferenza di servizi non elide il mantenimento delle competenze delle Amministrazioni titolari di interessi sensibili, le quali, in sede conferenziale, devono esser messe in condizione di esprimere compiutamente il proprio avviso sul progetto, se del caso con prescrizioni. Anzi, poiché il parere di compatibilità idrogeologica condiziona la scelta stessa del sito d’impianto, l’acquisizione di esso si appalesa prioritario, tant’è che, a seconda del relativo contenuto, può determinare l’immediata conclusione della conferenza, in relazione al livello d’edificabilità, o meno, dell’area.


In caso d’inerzia della P.A. procedente (nella specie, il Comune di Acri), si riespande autonomo e pieno il potere dell’Autorità di bacino o della Regione sul progetto dell’impianto SRB, onde esso non è realizzabile prima del parere di dette Autorità. Ciò riguarda l’assetto del territorio e gli aspetti della sicurezza idrogeologica, non già la tutela della salute, alla cui salvaguardia sono preposte altre e distinte Amministrazioni.


5. – Ricapitolando, quindi e ferma la necessità del parere espresso dell’Autorità preposta al vincolo (nel caso in esame, la Regione Calabria), deve il Collegio concordare con la corretta scansione degli eventi descritta dal TAR, che sul punto ben ha motivato. Invero, nella specie, il n.o. idrogeologico è stato reso il 7 maggio 2019, onde il silenzio-assenso è maturato il successivo 5 agosto e, quindi, il titolo abilitativo era destinato a scadere il 5 agosto 2020. Pertanto, alla data d’emanazione dell’atto comunale impugnato (18 luglio 2020), non era ancora trascorso il termine di decadenza ex art. 87, co. 10, CCE ed il Comune è così incorso in un errore sia in fatto, che in diritto.


Pertanto, l’appello va respinto, mentre le spese del giudizio seguono, come di regola, la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.


P.Q.M.


Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (sez. VI), definitivamente pronunciando sull'appello (ricorso NRG 9803/2020 in epigrafe), lo respinge.


Condanna il Comune appellante al pagamento, a favore della Società resistente e costituita, delle spese del giudizio, che sono nel complesso liquidate in € 3.500,00 (Euro tremilacinquecento), oltre IVA, CPA ed accessori come per legge.


Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità amministrativa.


Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 27 maggio 2021, con l'intervento dei magistrati:


Carmine Volpe, Presidente


Silvestro Maria Russo, Consigliere, Estensore


Dario Simeoli, Consigliere


Stefano Toschei, Consigliere


Davide Ponte, Consigliere




domenica 30 maggio 2021

Finalità della legge quadro

 Consiglio di Stato Sez. VI n. 3450 del 30 aprile 2021

 




La legge quadro n. 36 del 2001 detta una disciplina volta a realizzare un equilibrio tra esigenze plurime, attinenti alla protezione ambientale, alla tutela della salute, al governo del territorio e alla diffusione sull’intero territorio nazionale della rete per le telecomunicazioni, in ragione del nesso di strumentalità tra impianti di ripetizione e diritti costituzionali di comunicazione. 

A tal fine, il legislatore statale ha sì circoscritto la potestà pianificatoria dei Comuni, imponendo loro di dovere dettare (in positivo) “criteri di localizzazione” e non (in negativo) “limitazioni ostative alla localizzazione”; cionondimeno, non ha inteso di certo conculcare l’autonoma capacità delle Regioni e degli enti locali di regolare l’uso del proprio territorio, tenendo conto della loro specifica morfologia e degli altri interessi indifferenziati ivi insistenti.

Pubblicato il 30/04/2021


https://lexambiente.it/materie/elettrosmog/55-consiglio-di-stato55/15632-emettrosmog-finalit%C3%A0-della-legge-quadro.html



martedì 20 aprile 2021

Installazione di nuove antenne: ecco come proteggersi




dalla associazione AMICA arriva il contributo del Dr Giuseppe Teodoro che ha predisposto un fac simila di PEC o Raccomandata da inviare una DIFFIDA al Comune in merito alla installazione di un antenna di 5G (o altra tecnologia).


link


https://www.infoamica.it/proteggersi/?fbclid=IwAR25Cp43lQWgwLoC5stkVpNRfvnoNFcFU83zI2J7rc8dawlqb8c1DTkY3D0



domenica 11 aprile 2021

TAR del Friuli VG contro il Comune di Udine per il 5G

 



E’ vero che al regolamento comunale è affidata, dall’art. 16 della L.R. 18/3/2011 n. 3, la programmazione delle stazioni radio base installabili sul territorio comunale, con una disciplina che, anche graficamente, indica l’ubicazione dei nuovi impianti. Il regolamento è aggiornato quando sia necessario individuare una diversa localizzazione degli impianti (10° comma) ed, allo scopo, il seguente art. 17 impone agli operatori di evidenziare, nei loro programmi di sviluppo “l’individuazione degli impianti esistenti” “le previsioni di aree per le nuove localizzazioni” nonché “le proposte di modifica di quelli esistenti”.

Il Regolamento subordina l'installazione e la modifica degli impianti di telefonia mobile alla presentazione di una SCIA corredata del parere favorevole dell'ARPA sul rispetto dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità di cui alla L. n. 36/2001 con riferimento alle emissioni elettromagnetiche (articolo 7); e reca l’indirizzo ad utilizzare la migliore tecnologia disponibile e praticabile al momento dell'intervento per ridurre al livello più basso possibile i campi elettromagnetici (articolo 9).


Invece, non spetta al regolamento comunale disciplinare le tecnologie applicate dai gestori né le frequenze di cui essi sono assegnatari al livello nazionale. Il regolamento conferma che gli unici limiti da rispettare sono quelli determinati ai sensi della L. n. 36/2001 e che la relativa verifica spetta esclusivamente all'ARPA.

Né potrebbe essere diversamente spettando allo Stato, ai sensi dell'articolo 3 L. n. 36/2001, la determinazione dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità, e non potendo il Comune, in nessun caso, introdurre limiti che vadano a sovrapporsi o a condizionare l’attuazione del piano nazionale di ripartizione delle frequenze e la transizione al 5G mediante l’assegnazione dei diritti d’uso delle relative frequenze (per tacere dell’attuazione delle politiche europee di sviluppo del 5G

Gli Enti locali non sono titolari di alcuna potestà normativa in ordine alla determinazione di criteri, maggiormente limitativi o rigidi, di valutazione della soglia di inquinamento elettromagnetico o alla introduzione di divieti generali o di misure generali interdittive a contenuto radioprotezionistico (cfr. la sentenza di questo Tribunale 19/01/2017, n. 24).

Di tutto ciò si ha ulteriore conferma dalla recente modifica (dettata dall' art. 38, comma 6, D.L. 16 luglio 2020, n. 76, convertito, con modificazioni, dalla L. 11 settembre 2020, n. 120) del comma 6 dell’art. 8 della legge 36/2001, il quale ora prevede che “I comuni possono adottare un regolamento per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti e minimizzare l'esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici con riferimento a siti sensibili individuati in modo specifico, con esclusione della possibilità di introdurre limitazioni alla localizzazione in aree generalizzate del territorio di stazioni radio base per reti di comunicazioni elettroniche di qualsiasi tipologia e, in ogni caso, di incidere, anche in via indiretta o mediante provvedimenti contingibili e urgenti, sui limiti di esposizione a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici, sui valori di attenzione e sugli obiettivi di qualità, riservati allo Stato ai sensi dell'articolo 4”.

TAR Friuli V.G. Sez. I n. 63 del 25 febbraio 2021
Elettrosmog.5G limiti di esposizione valori di atenzione ed obiettivi di qualità    

Spetta allo Stato, ai sensi dell'articolo 3 L. n. 36/2001, la determinazione dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità, e non potendo il Comune, in nessun caso, introdurre limiti che vadano a sovrapporsi o a condizionare l’attuazione del piano nazionale di ripartizione delle frequenze e la transizione al 5G mediante l’assegnazione dei diritti d’uso delle relative frequenze (per tacere dell’attuazione delle politiche europee di sviluppo del 5G). Gli Enti locali non sono titolari di alcuna potestà normativa in ordine alla determinazione di criteri, maggiormente limitativi o rigidi, di valutazione della soglia di inquinamento elettromagnetico o alla introduzione di divieti generali o di misure generali interdittive a contenuto radioprotezionistico


Pubblicato il 25/02/2021

N. 00063/2021 REG.PROV.COLL.

N. 00347/2020 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Friuli Venezia Giulia

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

ex art. 60 cod. proc. amm.;
sul ricorso numero di registro generale 347 del 2020, integrato da motivi aggiunti, proposto da
Wind Tre S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall'avvocato Giuseppe Sartorio, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;

contro

Comune di Udine, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Riccarda Faggiani, Giangiacomo Martinuzzi e Giuseppe Sbisa', con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;

per l'annullamento, previa sospensione dell’esecuzione,

- quanto al ricorso introduttivo:

della nota PG/E 0102209/2020 del 23.92020 del Responsabile dell'Area Pianificazione Urbanistica, Edilizia Privata e LL.PP. con la quale, in relazione alla SCIA presentata da Wind Tre ai sensi del D.LGS. n. 259/03 per l'adeguamento tecnologico del preesistente impianto per la telefonia mobile (cod. sito UD120 “Via Redipuglia”), è stato ingiunto di non proseguire i lavori;

di ogni altro atto presupposto, connesso e/o consequenziale, ivi incluso, ove occorrer possa, del Regolamento comunale per la telefonia mobile approvato con Delibera consiliare n. 74 del 4 novembre 2013;

- quanto ai motivi aggiunti:

della delibera di Consiglio Comunale n. 79 del 14.12.2020, nella parte in cui vieta la tecnologia 5G, e ogni altro atto ad essa presupposto, connesso e/o conseguenziale.


Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Udine;

Visto l’art. 25 del D.L. 28.10.2020, n. 137, convertito in L. 18.12.2020, n. 176;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore - nella camera di consiglio del giorno 24 febbraio 2021, svolta in videoconferenza con collegamenti da remoto - il dott. Lorenzo Stevanato e uditi per le parti i difensori, anch’essi collegati in videoconferenza;


Considerato quanto segue.

Il giudizio può essere definito con sentenza in forma semplificata, emessa ai sensi dell'art. 60 cod. proc. amm., stante l'integrità del contraddittorio e la completezza dell’istruttoria, nonché la mancata enunciazione di cause oppositive ai sensi dello stesso art. 60 c.p.a.

Con il ricorso all’esame viene impugnato il provvedimento comunale con cui è stata inibita alla ricorrente società Wind Tre, concessionaria del servizio pubblico di telefonia cellulare, la realizzazione di un intervento di adeguamento tecnologico 5G di un impianto preesistente, per il quale aveva acquisito il parere radioprotezionistico favorevole dell’ARPA. La motivazione del provvedimento comunale, recante l’arresto procedimentale della SCIA presentata dalla ricorrente, poggia sul rilievo che la nuova tecnologia 5G non è contemplata dal regolamento comunale per la telefonia mobile, approvato con delibera consiliare 4.11.2013, n. 74.

A sostegno del ricorso si deducono più censure di violazione di legge, in particolare della legge n. 241/1990 (art. 10bis) del d.lgs. n. 259/2003 (art. 87bis), del D.L. 18/2020 (art. 82, comma 2), nonché eccesso di potere, nell’assunto che l’Amministrazione comunale non può opporsi all’introduzione di nuove tecnologie di comunicazione elettronica invocando il fatto che esse non sono previste dal regolamento comunale.

Con motivi aggiunti, successivamente proposti, la ricorrente ha impugnato la delibera del Consiglio Comunale n. 79 del 14.12.2020, nella parte in cui, pur se riferita al piano di sviluppo degli impianti della concorrente società Iliad, reca il divieto generalizzato di utilizzare la tecnologia 5G. A tale clausola della deliberazione la ricorrente estende le censure svolte con il ricorso introduttivo.

L’Amministrazione comunale, costituitasi in giudizio, ha eccepito che il ricorso sarebbe inammissibile per acquiescenza, in quanto la ricorrente non aveva espresso alcuna riserva allorquando ha presentato in data 8.3.2020 l’aggiornamento del piano di sviluppo, che non indicava espressamente la controversa nuova tecnologia.

Nel merito ha controdedotto alle censure avversarie.

Il Collegio, relativamente all’anzidetta eccezione di inammissibilità del ricorso, la reputa non fondata in quanto, affinché vi sia acquiescenza, è necessario che sia stata manifestata una chiara ed incondizionata volontà di accettare gli effetti di un provvedimento, mentre nella specie, anzitutto, nessun provvedimento o atto regolamentare reca il divieto della tecnologia 5G e, comunque, la ricorrente aveva indicato nell’aggiornamento del piano di sviluppo della rete la “riconfigurazione” degli impianti anche “per l’inserimento di nuove tecnologie”.

Nel merito, il ricorso ed i motivi aggiunti sono fondati.

Secondo l’Amministrazione, se il regolamento comunale non prevede la nuova tecnologia 5G, questa non può essere applicata agli impianti esistenti (attraverso la loro riconfigurazione) a prescindere dal contributo all’inquinamento elettromagnetico che la nuova tecnologia possa recare (che nel caso è escluso dal parere dell’ARPA).

Il che vale a dire che la disciplina recata dal regolamento comunale della telefonia mobile esaurisce ed assorbe tutti gli aspetti, non solo localizzativi o di contenimento delle emissioni, ma anche quelli relativi alle nuove tecnologie ed alle bande di frequenze assegnate in uso ai gestori al livello nazionale.

In realtà non è così.

E’ vero che al regolamento comunale è affidata, dall’art. 16 della L.R. 18/3/2011 n. 3, la programmazione delle stazioni radio base installabili sul territorio comunale, con una disciplina che, anche graficamente, indica l’ubicazione dei nuovi impianti. Il regolamento è aggiornato quando sia necessario individuare una diversa localizzazione degli impianti (10° comma) ed, allo scopo, il seguente art. 17 impone agli operatori di evidenziare, nei loro programmi di sviluppo “l’individuazione degli impianti esistenti” “le previsioni di aree per le nuove localizzazioni” nonché “le proposte di modifica di quelli esistenti”.

Il Regolamento subordina l'installazione e la modifica degli impianti di telefonia mobile alla presentazione di una SCIA corredata del parere favorevole dell'ARPA sul rispetto dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità di cui alla L. n. 36/2001 con riferimento alle emissioni elettromagnetiche (articolo 7); e reca l’indirizzo ad utilizzare la migliore tecnologia disponibile e praticabile al momento dell'intervento per ridurre al livello più basso possibile i campi elettromagnetici (articolo 9).

Invece, non spetta al regolamento comunale disciplinare le tecnologie applicate dai gestori né le frequenze di cui essi sono assegnatari al livello nazionale. Il regolamento conferma che gli unici limiti da rispettare sono quelli determinati ai sensi della L. n. 36/2001 e che la relativa verifica spetta esclusivamente all'ARPA.

Né potrebbe essere diversamente spettando allo Stato, ai sensi dell'articolo 3 L. n. 36/2001, la determinazione dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità, e non potendo il Comune, in nessun caso, introdurre limiti che vadano a sovrapporsi o a condizionare l’attuazione del piano nazionale di ripartizione delle frequenze e la transizione al 5G mediante l’assegnazione dei diritti d’uso delle relative frequenze (per tacere dell’attuazione delle politiche europee di sviluppo del 5G).

Gli Enti locali non sono titolari di alcuna potestà normativa in ordine alla determinazione di criteri, maggiormente limitativi o rigidi, di valutazione della soglia di inquinamento elettromagnetico o alla introduzione di divieti generali o di misure generali interdittive a contenuto radioprotezionistico (cfr. la sentenza di questo Tribunale 19/01/2017, n. 24).

Di tutto ciò si ha ulteriore conferma dalla recente modifica (dettata dall' art. 38, comma 6, D.L. 16 luglio 2020, n. 76, convertito, con modificazioni, dalla L. 11 settembre 2020, n. 120) del comma 6 dell’art. 8 della legge 36/2001, il quale ora prevede che “I comuni possono adottare un regolamento per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti e minimizzare l'esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici con riferimento a siti sensibili individuati in modo specifico, con esclusione della possibilità di introdurre limitazioni alla localizzazione in aree generalizzate del territorio di stazioni radio base per reti di comunicazioni elettroniche di qualsiasi tipologia e, in ogni caso, di incidere, anche in via indiretta o mediante provvedimenti contingibili e urgenti, sui limiti di esposizione a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici, sui valori di attenzione e sugli obiettivi di qualità, riservati allo Stato ai sensi dell'articolo 4”.

Per le considerazioni che precedono, il ricorso ed i motivi aggiunti vanno accolti.

Le spese del giudizio possono essere compensate attesa la novità della questione.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Friuli Venezia Giulia (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato, indicato in epigrafe, nonché la delibera del Consiglio Comunale n. 79 del 14.12.2020, nella parte in cui reca il divieto di impiego della tecnologia 5G.

Spese del giudizio compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Trieste nella camera di consiglio del giorno 24 febbraio 2021 con l'intervento dei magistrati:

Oria Settesoldi, Presidente

Manuela Sinigoi, Consigliere

Lorenzo Stevanato, Consigliere, Estensore